KNIGHT OF CUPS di Terrence Malick. Con Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman. (Usa, 2013) Durata: 118’  Voto 2,5/5 (DT)

Un spettro si aggira per le sale: il penultimo film di Terrence Malick. Settimo in ordine cronologico da inizio carriera, quarto nell’accelerata iperproduzione dal 2005 ad oggi. Ancora un uomo perduto, sopraffatto dalla sofferenza esistenziale (“non stiamo vivendo la vita a cui siamo destinati, perché siamo destinati a qualcos’altro”), attore hollywoodiano che percepisce lontano da sé parole e suoni di produttori, sceneggiatori, amici, conoscenti, guru, tra mille (bellissime) donne in costume, voluttuose, nude, con cui non riesce a “godere”, e quattro relazioni sentimentali che iniziano e si concludono (una, la Blanchett, è pure medico degli homeless).

Il film è composto ancora una volta da un’apparente anti-narrazione malickiana (voce over che anticipa possibili immagini che poi vanno per conto loro), qui screziata da inusuali capitoletti provenienti delle carte dei tarocchi; dal rapporto/interpellazione insoluto con un padre/Dio (“My son…”) nascosto tra rocce, mari, cieli, e qui pure terremoti, cemento, asfalto, palazzi e autostrade di Los Angeles e Las Vegas; e infine dall’apparizione/sparizione della più classica Lichtung heiddegheriana. Abbondanti dosi musicali di Debussy, Arvo Part e Arsenije Jovanovic accompagnano la solita, imponente e sinuosa idea di regia del nostro che magnifica con inquietudine il cosmo. Anche se in Knight of cups si celebra la definitiva messa in soffitta dell’inquadratura “grandangolo/sguardo in corsa nel prato con bimbi e cani di Tree of Life” sostituendola con la più funzionale “steady cam che segue le coppie sulla battigia modello To the wonder” o con la new entry “sguardo/panoramica schiaffo all’insù per osservare aeroplani ed elicotteri in volo”. Se qualcuno dicesse “spostati Terrence che vogliamo vedere il film” non avrebbe poi tutti i torti.

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