Prima di entrare in sala per vedere The Lobster – al cinema dal 15 ottobre grazie a Good Films – pensate a quando da single siete stati discriminati da una ghignosa coppietta felice o, viceversa, quando da accoppiati avete osservato con sufficienza e una punta di fastidio un mesto e triste single da solo a mangiare una pizza. Se una di queste situazioni vi è capitata almeno una volta nella vita il primo film in lingua inglese del fenomeno greco da festival Yorgos Lanthimos fa al caso vostro.

Perché The Lobster mette in scena proprio il testacoda dell’intollerenza socio-culturale verso la libertà di essere e di godere, come la critica beffarda e feroce al pensiero dominante in materia di ovvietà sentimentali. La dimensione di un presente parallelo, più che di un futuro distopico, costruito e mostrato nel film – hotel, boschi e scenari urbani sono in Irlanda – è doubleface. C’è l’hotel dov’è subito catapultato il single David – un Colin Farrell con un filo di pancetta, taglio di capelli, occhialetti, camiciola e impacciate movenze da impiegato – nel quale entro 45 giorni si deve trovare l’anima gemella altrimenti si finisce trasformati in un animale, oltretutto quello preferito.

Un luogo sinistro, gestito da una coppia di tenutari altezzosi, tutto meccanicamente organizzato come fosse un campo di concentramento o un carcere e dove la masturbazione è punita con la mano infilata in un tostapane acceso, l’orientamento non prevede la casella “bisessuale”, e dove c’è perfino l’ “ultima sera” per chi non è riuscito ad accoppiarsi e per l’ultima volta sceglie se vedere un film o gettarsi dalla finestra. Uno spazio diviso meschinamente tra il salone e i campi sportivi dove pranzano le coppie, e gli spazi dove pranzano e giocano i single. Dall’altro lato scenografico c’è il bosco dove i single possono fuggire per non crepare pensando di diventare cani, fagiani o lama. Solo che tra gli alti alberi e le scogliere vive il gruppuscolo di terroristi, tutti cuori obbligatoriamente ed eternamente solitari, che vogliono farla pagare alle coppie mettendoli in ironica difficoltà, ma che al loro interno hanno regole ferree che portano alla morte quanto quelle che nell’hotel sembravano follia pura.

A David, che nell’albergo incontrava solo donne svitate e paranoiche, mentre nel bosco incontra una possibile anima gemella (Rachel Weisz), non resta che decidere se seguire il proprio istinto individualista o sacrificarsi, letteralmente, per farsi coppia. Comico, tragico, violento, The Lobster procede per paradossi (la trasgressione delle regole del protagonista è ovunque e opposta nei due contesti) slittando in una messa in scena che il regista e il fedele sceneggiatore Efthimis Filippou non sottraggono ad inserti splatter guarda caso sugli animali, una vena di sincero e altero cinismo sul prossimo, e una mancanza di appigli realistici per i protagonisti, sensazione questa sì realizzata pressochè alla perfezione. Recitazione straniante e zeppa di attori noti (oltre ai citati Farrell e Weisz, ci sono John C. Reilly, Ben Whishaw, Lea Seydoux e le amate attrici greche di Lanthimos, Ariane Labed e Angeliki Papoulia); una colonna sonora che spazia dalle eccentriche sinfonie di Alfred Schnittke a Nick Cave; infine il coraggio di non fornire soluzioni narrative e visive immediate ma che richiedono quella dilatata pazienza come poteva farlo un buon film di un autore europeo negli anni settanta/ottanta che con il pretesto di avere sul set star americane continuava e moltiplicava la sua ricerca più formalmente sperimentale e che qui per Lanthimos significa gli ottimi Kynodontas (2009) e Alps (2011).

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