Donne moderne, splendide e mondane – succinte e imbellettate in un tripudio di trucchi e gioielli – ma anche miserabili sgualdrine, costrette per mancanza di denaro a vivere nella povertà d’animo alla costante mercificazione del proprio io. Al Musée d’Orsay di Parigi fino al 17 gennaio 2016 è di scena “Splendore e miseria. Immagini della prostituzione, 1850-1910”, una straordinaria mostra dedicata al tema della prostituzione (la prima di questo genere in Europa) che regala al visitatore – attraverso dipinti di Degas, Cezanne, Van Gogh, Manet, Picasso, Munch e Toulouse-Lautrec, ma anche fotografie, sculture, arti decorative e pure filmati pornografici d’epoca  – un’incredibile disanima artistica, reale, sociale e immaginaria di un universo equivoco e piccante, mitizzato dagli artisti, esaltato dai filosofi e sbeffeggiato dalla società perbenista.

Camminando tra i corridoi color carne dell’esposizione che profumano di boudoir allestiti  con piglio teatrale dal regista canadese Robert Carsen, si respira l’aria di una Parigi capitale del vizio e del piacere, con l’esaltazione delle Folies Bergere fra balli ambigui consumati nei cabaret, nei cafés e nei teatri (“Scène de fète au Moulin Rouge”, Giovanni Boldini), attraverso gli sguardi sensuali di Manet (la peccaminosa “Olympia” che esalta la prostituzione in forma monumentale e insolente o “Bal masque à l’Opera”), quelli erotici di Picasso (“Les demoiselles d’Avignon”) o ancora coi nudi voluttuosi di Toulouse-Lautrec (“Sur le sofa”; “Femme tirant son bas”, “Au salon de la rue des Moulins”). Protagonista dunque è Parigi, culla di bordelli e case chiuse, con donne (“le fillles publiques”, le ragazze pubbliche) in attesa dei clienti nell’ora dell’assenzio (“L’Absinthe”, Edgar Degas) o che passeggiano sui Grands Boulevards (“Au jardin de Paris”, Jean-Louis Forain), o ancora ballerine e attrici costrette a dimenarsi fra arte e protettori (“Le Bal de l’Opera”, Eugene Giraud). Perché a Parigi, città in cui tutto è permesso e tollerato, la prostituzione non è soltanto quella che si consuma per strada, ma è pure quella d’alto bordo fra ballerine, aspiranti attrici e donne che vogliono entrare nell’alta società (chiamate cocottes) grazie a uomini facoltosi (“Rolla”, Henri Gervex; o “Le ballerine” di Degas).

Due le sezioni rigorosamente vietate ai minori di anni 18, a cui si accede attraverso drappi rossi: la prima esalta i primi scatti nei bordelli parigini con donne nude ammiccanti e voluttuose, ma anche uomini nudi lascivi e peccaminosi, la seconda si accende sulla prima pellicola pornografica datata 1920 e rigorosamente anonima con un amplesso in campagna fra un passante e una contadina. A chiudere anche oggetti legati all’eros fra preservativi di inizio Novecento (sulle cui confezioni troneggiano donnine semisvestite), giochi erotici e strumenti di piacere, fra cui la la sedia che il principe Edoardo VII si fece costruire per riuscire ad avere rapporti con due donne contemporaneamente. La mostra esalta l’arte di inizio Novecento, ma a differenza di altre installazioni, riesce a mettere a fuoco senza fronzoli moralistici o bacchettoni un quadro sociale chiarissimo sulla condizione della donna, vista qui attraverso gli occhi degli uomini. Perché come dice Balzac “Ogni donna la fortuna ce l’ha tra le gambe”: una frase che spunta fra i quadri che inorridisce, diverte e fa discutere a seconda di chi la legge.

La mostra a gennaio si trasferirà al museo Van Gogh di Amsterdam.

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