Qualche giorno fa, quando ho letto la notizia del Comune di Milano che richiedeva l’invio dei moduli per la TARI esclusivamente a mezzo FAX, ho subito sperato si trattasse di un errore veniale, di una semplice svista. Non volevo credere, evidentemente, che un’amministrazione così importante costringesse davvero i cittadini ad utilizzare uno strumento così obsoleto, in contrasto – tra l’altro – con le norme vigenti.

E invece, dopo che il Comune di Milano ha fornito la propria risposta (attraverso il proprio profilo Twitter e alcune dichiarazioni rilasciate agli organi d’informazione) ho scoperto che di errore effettivamente si è trattato, ma un errore molto più grave perché voluto e consapevole.

Ma andiamo con ordine. Il Comune ha risposto che – al momento – vengono accettati anche i moduli inviati a mezzo raccomandata, PEC e attraverso gli sportelli, mentre la modalità di invio telematico per utenti registrati al sito è in fase di collaudo.

 

Quindi l’indicazione della modalità d’invio FAX come esclusiva è una svista? No, purtroppo. Nelle dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera, il Comune ammette che il “termine è un po’ drastico”, cioè che si è trattato di una forzatura.

Il Comune continua affermando che “al momento dell’invio dei moduli precompilati, abbiamo ritenuto che il fax fosse il canale che semplificasse la vita al cittadino”.

Quindi non si è trattato di un errore, ma di una scelta. Il Comune di Milano, nel 2015, ha scelto di privilegiare il FAX sulla base di due falsi presupposti:

– il primo è legato alla sicurezza delle comunicazioni inviate via FAX. Per il Comune, la comunicazione e la modifica dei dati catastali legati alla TARI è equivalente ad una dichiarazione tributaria e quindi richiede un livello di certezza maggiore rispetto a quello di una semplice mail.

Giusto, ma questo non significa che il FAX sia l’unico strumento sicuro, così come dimostra il fatto che lo stesso Comune stia collaudando una piattaforma per l’invio via WEB. E comunque la normativa vigente prevede che la PEC possa essere utilizzata ogni qual volta sia necessario avere una ricevuta di invio e una ricevuta di consegna, stabilendo addirittura che la trasmissione di un documento via PEC “equivale, salvo che la legge disponga diversamente, alla notificazione per mezzo della posta” (art. 48 Codice dell’Amministrazione Digitale). E, visto che la legge non dispone diversamente per la TARI, la comunicazione del Comune di Milano è contraria alla normativa vigente (oltre che – sembrerebbe – alla prassi di accettare comunque anche le comunicazioni inviate via PEC, raccomandata o addirittura consegnate presso gli sportelli).

– Il secondo è l’anacronistica affermazione per cui “il fax migliora la qualità della vita dei cittadini”. Sarebbe come dire che, nel 2015, nell’epoca di Spotify e di Youtube, il Walkman migliora la fruizione della musica. Anacronistico, appunto, ai limiti del ridicolo.

Alzi la mano chi tra di voi ha ancora un FAX in casa o ha mai provato ad inviare un FAX usando uno dei servizi (pure gratuiti) che sono disponibili in rete.

Fa poi sorridere l’affermazione per cui gli uffici hanno ritenuto che quella FAX fosse la modalità “preferita” dagli utenti sulla base della casistica. Risultato scontato, visto che il FAX è l’unica modalità prevista, quella indicata in via esclusiva nella documentazione inviata dal Comune di Milano. Risultato scontato anche se si guardasse al passato, quando l’invio telematico non era possibile.

Per capire davvero quali siano le preferenze degli utenti, il Comune avrebbe dovuto utilizzare metodi diversi. Le norme vigenti, oltre che il buon senso, impongono alle amministrazioni di realizzare i servizi on line sulla base di una preventiva analisi delle reali esigenze dei cittadini e delle imprese (art. 7 Codice dell’Amministrazione Digitale). Un’analisi che richiede un ascolto strutturato degli utenti e dei loro fabbisogni. Le norme vigenti, inoltre, imponevano alle amministrazioni l’adozione di un piano per l’informatizzazione delle procedure per la presentazione di istanze e dichiarazioni alla PA che avrebbe dovuto essere adottato entro il 16 febbraio 2015 (così come previsto dall’art. 24, comma 3-bis del Decreto Legge n. 90/2014). Da una ricerca sul sito dell’amministrazione comunale di Milano non risulta che questo documento sia stato pubblicato e quindi non è possibile verificare né se sia stato effettivamente adottato né cosa preveda per la digitalizzazione dell’invio delle comunicazioni TARI (ed è strano che nelle risposte del Comune di Milano non si faccia riferimento a questo documento, quantomeno per il futuro).

Insomma, lungi dall’essere una semplice svista, la vicenda dei moduli TARI del Comune di Milano è rappresentativa dell’innovazione all’italiana.

Ostacoli giuridici e culturali rallentano ogni genere di innovazione, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si complica l’attività degli uffici (un fax è più complesso da gestire rispetto ad un modulo WEB), si rendono gli adempimenti più onerosi per i cittadini (ciascuno dovrebbe poter scegliere la modalità più adatta alle proprie esigenze e non essere obbligato ad utilizzare strumenti obsoleti) e, cosa ancor più grave, non si riesce nemmeno a raggiungere i risultati prefissati (in base ai dati diffusi dal Comune di Milano, oltre la metà dei cittadini tenuti alle dichiarazioni TARI non ha ancora effettuato le comunicazioni).

La crisi funzionalità e di credibilità della PA italiana passa anche da questo. Come scriveva un Maestro, Renato Borruso, “non è giusto e non è producente continuare a porre sulle spalle del cittadino una quantità sempre crescente di obblighi di sapere e di fare, di sanzioni, di scadenze, di altri adempimenti di vario genere, come se non avesse altro a cui pensare e come se la vita non fosse già di per se stessa molto più complessa per tutti rispetto a quella di un tempo”.

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