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Il sito DDay.it ha denunciato che il Comune di Milano, nei mesi scorsi, ha recapitato ai cittadini i moduli per il pagamento della TARI (la tassa sui rifiuti) e che in questi moduli l’unica modalità prevista per la segnalazione di errori e correzioni fosse “esclusivamente” il FAX.

Giustamente, in rete, in tanti hanno accolto la segnalazione come l’ennesimo segnale di una pubblica amministrazione oltremodo restia (per usare un eufemismo) ad utilizzare le nuove tecnologie nella gestione dei procedimenti amministrativi di propria competenza e nelle comunicazioni con gli utenti.

Infatti, se dobbiamo rassegnarci ancora per qualche anno al fatto che i cittadini debbano ricevere comunicazioni cartacee dalla pubblica amministrazione prima che tutti siano provvisti di un “domicilio digitale”, è intollerabile che nel 2015 l’unica modalità di comunicazione a disposizione dei cittadini sia l’ormai obsoleto FAX. Nell’era delle email e di whatsapp, l’uso di questo strumento è ormai limitatissimo e per inviare un FAX è necessario obbligare i cittadini ad un disagio ulteriore: trovare un esercizio che – a pagamento – ci consenta di inviare la comunicazione alla pubblica amministrazione (una comunicazione, per giunta, relativa ad un’imposta, con tutto il carico di ansia che questo porta in un contribuente).

Eppure, più rileggo il passaggio “i moduli devono essere resi (esclusivamente) a mezzo faxpiù penso sia stato un errore, magari dovuto al “copia&incolla” da precedenti versioni, una svista sfuggita all’ultimo controllo delle bozze da parte del funzionario competente.

Si, provo a convincermi, certamente dev’essere andata così. Il Comune di Milano è uno degli enti locali che ha fatto dell’innovazione tecnologica una delle cifre della propria attività amministrativa e – così come si può vedere dal suo sito istituzionale – ha digitalizzato tutte le procedure, ivi compresa la possibilità di segnalare variazioni comodamente on line (previa registrazione). Non c’è quindi motivo per non indicare nei moduli anche le modalità telematiche di invio, tenuto conto che – per un’amministrazione digitale – la gestione delle comunicazioni FAX è molto più complessa rispetto alla compilazione di un form via Web che consentirebbe di acquisire direttamente i dati.

Deve essere stato un errore, perché gli uffici comunali sanno sicuramente che la normativa vigente, il Codice dell’Amministrazione Digitale (Decreto Legislativo n. 82/2005), già prevede all’art. 4 che “ogni  atto  e  documento  può  essere trasmesso alle pubbliche amministrazioni  con l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione” (cioè telematicamente) e, all’art. 45,  che i   documenti   trasmessi   da   chiunque   ad   una  pubblica amministrazione con qualsiasi mezzo telematico o informatico, idoneo ad accertarne la fonte di provenienza (ad es. una PEC), “soddisfano il requisito della forma scritta e la loro trasmissione non deve essere seguita da quella del documento originale”.

Deve essere stato un errore, sicuramente, perché il FAX come modalità di comunicazione è ormai addirittura vietato nei rapporti tra le pubbliche amministrazioni (complice l’emendamento “ammazza-fax” approvato nel 2013 in sede di conversione in legge del Decreto del Fare del Governo Letta).

Deve essere stato sicuramente un errore, anche a prescindere dagli obblighi normativi, creare un disagio ai cittadini e non  approfittare di una comunicazione così capillare per fare cultura digitale, illustrando a tutti che le comunicazioni digitali sono un diritto. Senza trascurare che, in questo modo, non si valorizzano nemmeno i cospicui sforzi compiuti per lo sviluppo dei servizi on line, che si giustificano solo se ad utilizzarli non è una sparuta minoranza di cittadini.

Deve essere stato sicuramente un errore e per questo è giusto segnalarlo e fare in modo che per il futuro venga corretto.

Come scriveva Robert Houghwout Jakson, infatti, “non è funzione del governo tenere lontano i cittadini dall’errore, ma è compito dei cittadini non permettere che il governo cada in errore”.