Dopo la parentesi più hollywoodiana dei film “wuxia”, cioè i “cappa e spada” asiatici, e l’ultima storia vera I Fiori della Guerra sul Massacro di Nanchino, il maestro del cinema cinese dirige la sua attrice musa in un affresco toccante ambientato in Cina durante la Rivoluzione Culturale. Un uomo tornato dalla prigionia politica ritrova la famiglia spaccata dall’amnesia di sua moglie che non riconoscendolo continua ad aspettarlo.

Ventesima regia di Zhang Yimou, il suo Lettere di un sconosciuto uscirà in Italia il 26 marzo. Protagonista della pellicola è Gong Li, artista che ha interpretato con eleganza, magnetismo e profondità alcuni dei titoli più importanti e rappresentativi del cinema cinese degli ultimi anni. Feng, il suo personaggio, è un’insegnante che cresce umilmente la figlia Dan Dan, talentuosa ballerina macchiata dalla reclusione del padre Lo, oppositore della Grande Rivoluzione Culturale Cinese.

È 1966 e il nuovo comunismo di Mao Tse-Tung chiama alla mobilitazione i giovani cinesi studenti e non iscritti al partito in opposizione all’ondata controriformista guidata da Deng Xiaoping. La collocazione storica rivive in scenari foschi cromaticamete ravvivati soltanto dal costume rosso da prima ballerina anelato dalla ragazza. Interpreta dal nuovo astro nascente del cinema cinese Zhang Huiwen. Danze di regime con armoniose fanciulle a imbracciare fucili davanti a un pubblico quasi in uniforme costituiscono il quadro visivamente più stridente nel quale Yimou mostra l’asservimento dell’arte ai dettami di partito. I due opposti convivono nell’adolescenza mortificata di Dan Dan. Quale prenderà il sopravvento? E il padre negatole dalla rieducazione forzata e ora causa dei suoi problemi tornerà davvero con sua madre?

Il viso di Gong Li è quello di una donna in stoica resistenza che per quanto può protegge la famiglia con determinazione. Fin quando la sua memoria inizia a cancellare parti fondamentali del proprio passato come l’immagine del marito, non riconoscendolo al suo ritorno e ostinandosi ad attenderlo ancora. Il cambio d’espressione magistrale si tuffa nel profondo quanto i suoi occhi svuotati di un amore ormai inconsciamente anonimo. È la sua ottava volta sui set del maestro cinese dopo La Città Proibita del 2007. E chissà se questo film non sia una sorta d’investitura a nuova musa per la Huiwen. L’esuberanza di lei frena con gli anni e la sua nuova rigidità corporea incarna il dramma della giovane dal futuro incerto in una famiglia sgretolata. Gli unici elementi sui quali il suo personaggio fondava la propria sicurezza.

Gli artifici epistolari del padre Lu, unico modo per riavvicinarsi alla moglie, sono gli stessi che il romanzo originale di Yan Geling utilizza per ridurre lo spazio liminale tra un marito tornato da un lungo purgatorio carcerario e una donna schiava della sua amnesia. Il regista lavora sull’assottigliarsi di questa distanza ottenendo una resa filmica centrata sulle tensioni tra tentati ricordi di carta e amnesia. È meticoloso nel raccogliere nei singoli quadri tanti elementi. Non solo il più stridente della danza a teatro, ma gli stessi interni della casa di Feng, dove spesso le porte serrate da lei sono metafora di un ostacolo mnemonico insormontabile. Nonché gli esterni affollati degli arrivi alla stazione, luogo struggente e patetico dove lei cerca ciclicamente il marito. Chen Daoming fa intimamente sua la corrispondenza di Lu in una sorta di puzzle della speranza che inizia dal primo messaggio sotto la porta scritto su un pezzo di dazibao (i manifesti di regime). Denso e popolato di chiaroscuri emotivi, il film di Yimou è un cammino a tre velocità che ne percorre con stile le drammatiche vicissitudini familiari sullo sfondo di una dittatura agli albori.

Il trailer di Lettere da uno sconosciuto

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