È nato 36 anni fa da padre egiziano e da madre italiana sull’isola Tiberina, dove nascono i romani veraci. Oggi lo sguardo di Amir Issaa, influente voce dell’hip-hop italiano, è quello di un combattente che si è fatto la scorza dura resistendo ai tanti pregiudizi che colpiscono la seconda generazione, cioè circa un milione tra bambini e ragazzi sotto i 18 anni nati nel nostro Paese da genitori immigrati, ma non considerati italiani. Già nel 2006, con “Straniero nella mia nazione”, aveva messo in rima le sue difficoltà di cittadino italiano scambiato per immigrato. Nel 2012 è arrivato il video-appello “Caro presidente”, con cui invitava Napolitano ad affrontare il tema dello ius soli, e al superamento dello ius sanguinis ha dedicato un intero album (Ius Music, 2014).

Ma Amir sa bene che il dibattito passa anche dalle sedi istituzionali oltre che dal flow. Infatti a febbraio è stato alla Camera dei Deputati come ambasciatore di Arezzo Wave Ius Soli insieme alla rapper Karima per sottoporre a Matteo Renzi una lettera in cui si chiede un impegno concreto per dare cittadinanza a quel 15% di bambini che ogni anno nascono nel nostro Paese. Il rapper romano si mostra fiducioso: “Penso che qui stiamo parlando del futuro e comunque vada l’evoluzione non sarà fermata da una legge. Basta andare in una qualsiasi scuola elementare per rendersi conto che già oggi l’Italia è cambiata ed è inevitabile che prima o poi ci sia un riconoscimento del diritto di cittadinanza a chi nasce qui. Se sarà questo governo o il prossimo, non posso saperlo, e secondo me non è una questione di politica, ma di civiltà”.

L’impegno di Amir Issaa continua, soprattutto, fuori dal Palazzo. Ha realizzato, all’interno del progetto “Potere alle parole”, oltre un centinaio di laboratori nelle scuole pubbliche. L’obiettivo è quello di scardinare con le rime del rap i pregiudizi alla base delle discriminazioni di ogni genere. A FQ Magazine ha raccontato della sua esperienza a San Basilio, estrema periferia di Roma: “Mi aspettavo, stupidamente, di trovarmi davanti a situazioni difficili a livello di discriminazione. Fortunatamente il razzismo nelle scuole italiane è un’eccezione, e i ragazzi hanno solo voglia di stare insieme e di divertirsi. Devo dire che questa esperienza mi ha dato speranza. Il riscontro è sempre stato molto positivo, soprattutto in questo momento in cui il rap è un genere ascoltato da tutti e, mentre ci si ritrova a scrivere delle rime, si affrontano tematiche che difficilmente vengono digerite se imposte dai docenti”.

E i progetti del rapper non si esauriscono qui. Da tempo ha avviato una sua label, la Red Carpet Music: “Essere direttore artistico di un’etichetta indipendente è sempre stato il mio sogno da quando ho iniziato. Io e il mio socio G-Romano, seguiamo esclusivamente il nostro gusto personale, senza avere l’obiettivo di promuovere necessariamente rap da classifica”. Con la Red Carpet pubblica ora il singolo “Questione di tempo”, che anticipa un EP di prossima uscita. Nel pezzo si scaglia contro i “morti di fama” del rap, un fenomeno che “sta facendo ammalare l’industria discografica, che punta esclusivamente su artisti che fanno numeri grandi sul web – spiega Amir -, innescando così un meccanismo che ha portato i rapper stessi ad abbassare i loro standard, cercando di colpire gli ascoltatori di età adolescenziale che statisticamente sono quelli che contribuiscono maggiormente a questa situazione. Non parlo di artisti che hanno da poco compiuto la maggiore età, ma di quelli che vanno per i quaranta e si ostinano a giocare la parte degli eterni ragazzini”. E’ appena uscito il lyrics video del nuovo brano “Questione di tempo“, ad anticipare l’EP di prossima uscita.

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