C’è una professione in cui i cognomi italiani sono da sempre sinonimo di eccellenza. Basta pronunciarli: Guarneri, Stradivari, Amati. “Il saper fare liutario” è dal 2012 patrimonio immateriale dell’umanità per l‘Unesco. Ma com’è cambiato nei secoli il design dei violini per migliorarne l’acustica? Un curioso studio del Massachusetts institute of technology (Mit) di Boston, pubblicato sui “Proceedings of the Royal Society A“, ha indagato sui mutamenti, dal decimo al diciottesimo secolo, di questa nobile arte della tradizione cremonese, e sui segreti alla base della qualità del suono.

Esperti di acustica e fluidodinamica del Mit, insieme ad alcuni costruttori di violini della North Bennet street school di Boston, hanno effettuato diverse misure, come analisi ai raggi X o vere e proprie Tac, su centinaia di violini dell’epoca d’oro cremonese, identificando dei motivi chiave nel design di questi strumenti musicali, che conferiscono loro la speciale potenza e magia del suono. In particolare, gli studiosi americani hanno scoperto che un ruolo chiave nella risonanza acustica è rappresentato dalla forma e lunghezza delle fessurazioni a “f”, dalle quali fuoriesce l’aria. “Più allungate sono queste fessure – spiegano gli esperti del Mit – più potente è il suono prodotto dal violino”. Inoltre, queste forme allungate a “f” occupano meno spazio, un design che migliora la qualità del suono e l’efficienza dei violini, rispetto a strumenti più vecchi come le lire, con fessure circolari più vistose. “Anche il maggiore spessore del corpo del violino contribuisce alla sua potenza acustica – aggiungono gli studiosi -, consentendo piccole contrazioni ed espansioni dello strumento musicale in risposta alle vibrazioni dell’aria”.

Negli ultimi 800 anni le fessure per il suono di questi strumenti musicali sono cambiate notevolmente. Si è passati da una semplice forma circolare a quella a semicerchio, e poi a “c”, che si è infine evoluta allungandosi fino a formare una “f”. Secondo gli esperti del Mit, questi cambiamenti non sono stati, però, intenzionali, ma in gran parte dovuti al caso, o a errori nella realizzazione dei violini. “Abbiamo verificato che, se si cerca di replicare la forma delle fessure per il suono, in modo che siano esattamente uguali a quelle di uno strumento realizzato in precedenza, si commettono piccoli errori o imperfezioni – sottolinea Nicholas Makris, ingegnere meccanico del Mit, primo autore dello studio -. Quando s’intaglia il legno, infatti, non è possibile farlo perfettamente. Noi abbiamo stimato un errore intorno al 2%, più o meno la stessa percentuale di una fluttuazione dovuta al caso”. Lo studioso fa notare, tuttavia, che alcuni segreti dei maestri liutai italiani potrebbero non essere mai compresi del tutto. “È giusto studiare questi aspetti dal punto di vista scientifico, ma – conclude Makris – rimangono intatti il mistero e la magia di quella straordinaria forma d’arte che è la costruzione di un violino”.
Lo studio del Mit

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