Due sono gli elementi che a prima vista balzano agli occhi nell’analisi di quanto è accaduto a Parigi negli ultimi giorni: la poca professionalità dell’anti-terrorismo ed il nuovo modello applicato dal terrorismo del fondamentalismo islamico. Vale la pena analizzarli.

A quanto pare i due fratelli Kouachi erano noti all’antiterrorismo ma giudicati poco pericolosi. E questo è il primo punto su cui soffermarci, se è vero che si erano recati nello Yemen doveva bastare questo per renderli ‘pericolosi’. La stampa mondiale ha seguito poco ciò che sta accadendo nello Yemen ma l’anti-terrorismo dovrebbe sapere che c’è in corso una violenta guerra di bande terroriste tra sciiti e sunniti, questi ultimi per la maggior parte affiliati ad al Qaeda. Il tentativo di pacificazione della scorsa estate da parte del governo è fallito clamorosamente. Lo Yemen è una mina vagante in un Medio Oriente in via di destabilizzazione grazie all’avanzata dello Stato Islamico, una mina pronta ad esplodere. L’ultimo attacco risale al 7 gennaio nel cuore della capitale.

E’ vero anche che è impossibile per l’anti-terrorismo monitorare tutti gli individui sospetti, il mondo jihadista è una nebulosa difficile da penetrare quindi potenzialmente il numero dei possibili terroristi è molto alto. Ma è anche vero che la risposta agli attacchi di Parigi è stata scadente. Polizia ed anti-terrorismo hanno reagito con poca professionalità, come se non si aspettassero un attacco di questo tipo. Tra i commenti più critici dei parigini ne spicca uno: come mai non si è alzato un singolo elicottero subito dopo l’attacco a Charlie Hebdo per seguire la fuga del commando?

La realtà non è un thriller, esistono protocolli specifici che le forse dell’ordine devono seguire in situazioni di crisi acuta, ad esempio i sequestri o i dirottamenti, e questo spiega perché negli 11 minuti che separarono l’attacco alla prima ed alla seconda torre gemella a New York l’11 settembre non venne dato l’ordine di abbattere il secondo aereo. Ma è anche vero il potenziale informativo che si può ottenere riguardo alla nebulosa jihadista da questi attacchi è vasto. Ebbene 32 ore dopo il massacro nella redazione di Charlie Hebdo nessuno si era dato la pena di interrogare i vicini di casa dei due fratelli. In un’intervista alla Bbc World Service, Mark MacKinnon ha raccontato di aver sentito la vicina di casa che gli ha confessato di aver visto con il marito le armi che i due fratelli nascondevano nel loro appartamento in una delle tante periferie musulmane parigine. Il motivo per il quale ne lei né il marito hanno allertato la polizia è stata la paura di una rappresaglia da parte dei fratelli e la scarsa fiducia nella polizia francese.

Un quadro insomma sconcertante che conferma il solco profondo che esiste tra lo Stato di diritto europeo, rappresentato dalle sue istituzioni tra cui le forze dell’ordine, e le comunità etniche e religiose immigrate, specialmente quelle musulmane, vessate dal radicalismo, segregate nelle periferie povere delle metropoli europee ed occidentali. Se non costruiamo un ponte tra noi e loro sarà difficile combattere l’ondata di terrore che sembra si stia abbattendo su tutto l’occidente, non dimentichiamo gli attentati più amatoriali di Ottawa e di Sydney.

Senza l’aiuto e la cooperazione delle comunità musulmane non si va da nessuna parte perché il modello applicato dallo jihadismo contemporaneo è particolarmente difficile da prevenire. Mentre al Qaeda favoriva gli attacchi transnazionali spettacolari, costosissimi e lunghi da pianificare come l’11 Settembre, lo Stato Islamico ha lanciato la moda degli attacchi a misura d’uomo o di mini-cellula, il messaggio è chiaro: fate ciò che potete e fatelo da soli, aspirate non a diventare super terroristi ma ad avere quei 15 minuti di fama che spettano a tutti.

Se questa analisi è vera per far fronte alla nuova ondata ci vuole un potenziamento delle forze dell’ordine che nessuna nazione europea oggi può economicamente permettersi. In ogni caso anche se ipoteticamente ciò fosse possibile ci vuole tempo per addestrare le nuove leve. Più rapido ed efficace è iniziare a cooperare con le comunità musulmane invece di emarginarle con la retorica populista dell’estrema destra. Allo slogan siamo tutti Charlie Hebdo bisognerebbe aggiungere siamo tutti vittime della radicalizzazione del fondamentalismo islamico, musulmani, ebrei, cristiani, induisti e così via.

 

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