La causa contro il Fatto e il tentativo di trasformare un’inchiesta giornalistica in danno economico
La notizia ha fatto il giro del mondo: Giuseppe Cipriani ha chiesto 250 milioni di dollari di risarcimento al Fatto Quotidiano e alla Rai. E non lo ha fatto per diffamazione ma per aver orchestrato una “campagna denigratoria deliberata, condotta con indifferenza temeraria, costruita per massimizzare scandalo, indignazione, viralità e distruzione reputazionale”. Quale il motivo? La risposta è semplice: evitare di incappare nella protezione offerta dallo Speech Act americano, una legge federale che impedisce ai tribunali Usa di riconoscere ed eseguire sentenze straniere per diffamazione se queste non garantiscono gli stessi standard di libertà di espressione previsti dal Primo Emendamento, e cioè il freedom of speech. Una sentenza ottenuta in Italia per diffamazione difficilmente sarebbe esecutiva in America, dove la tutela della libertà di stampa è molto più ampia che in Europa.
Ecco allora il cavillo legale: la causa riguarda i danni commerciali, non la reputazione personale. Le accuse formalizzate sono tre:
– Tortious interference with Plaintiff’s prospective business relations (interferenza illecita con i rapporti commerciali futuri);
– Injurious falsehood/trade libel (falsa rappresentazione dannosa / denigrazione commerciale);
– Prima facie tort (torto apparente), più una richiesta di “equitable relief”(compensazione pecuniaria).
In altre parole, Cipriani Usa Inc. sostiene che l’inchiesta abbia causato un danno economico diretto e quantificabile alla sua attività imprenditoriale con sede a New York. Per dimostrarlo, i legali hanno elencato conseguenze economiche specifiche:
– Lo slittamento di “una rilevante operazione da 50 milioni di dollari” a causa delle perplessità di un finanziatore;
– I “costi straordinari” sostenuti per incaricare “una società investigativa indipendente esterna… per indagare e confutare accuse che non avrebbero mai dovuto essere pubblicate”;
A innescare la controffensiva legale è stata la “fatidica” ritrattazione della testimone uruguaiana, Graciela Mabel De Los Santos Torres, che, come ha scritto il Fatto, ritratta ben poco.
Ma sarà davvero così facile vincere questa causa per la Cipriani Usa Inc.?
Un precedente molto citato è quello di Hustler Magazine v. Falwell. In quel caso la Corte Suprema stabilì che una parodia satirica di una figura pubblica, anche se volgare e offensiva, è protetta dal Primo Emendamento a meno che non contenga affermazioni di fatto false fatte con “malignità effettiva” (cioè conoscendo la falsità o con spericolato disprezzo della verità).
Un altro caso importante è stato quello del New York Times Co. v. Sullivan, che ha creato la regola dell’actual malice: quando si parla di figure pubbliche o temi di interesse pubblico. Insomma, per vincere non basta dimostrare il danno; bisogna spesso dimostrare che il giornale abbia pubblicato la notizia sapendo che era falsa o lo avesse fatto con grave disprezzo della verità.
In conclusione, come nelle cause precedenti citate qui sopra, qui in gioco c’è la tenuta del giornalismo d’inchiesta. Perché al di là dei cavilli e delle strategie legali, ciò che davvero sta accadendo è, presumibilmente, un tentativo di trasformare un’inchiesta giornalistica in un dissesto economico, di far pagare – letteralmente – il prezzo della ricerca della verità. E questo non va proprio bene.