Stessa retorica, risultati opposti: perché la Malesia guida la finanza islamica e la Turchia arranca
La geografia conta. Prendiamo Turchia e Malesia, ad esempio, due Stati che possiamo definire cerniera, affacciati l’uno sul Bosforo, l’altra sullo Stretto di Malacca, e cioè due strettoie d’acqua tra le più trafficate del pianeta. Sono stati cerniera perché troneggiano su arterie importanti attraverso cui scorrono merci, energia e capitali di interi continenti. Ed è esattamente così che queste due nazioni si vedono: cerniere tra Oriente e Occidente, tra il mondo islamico e quello globale, tra un passato imperiale e coloniale e un futuro che vogliono progettare da protagoniste. Si sentono ponti nel tempo, non solo nello spazio.
Ma la stessa ambizione, osservata da vicino, rivela due modelli quasi speculari. Per capirlo usiamo uno strumento inusuale: la finanza islamica. Per entrambe è prova che esiste un’alternativa “giusta” al capitalismo predatorio dell’Occidente, un sistema di credito senza interesse, fondato sulla condivisione del rischio invece che sulla rendita. Recep Tayyip Erdoğan la definisce “un modello più equo non solo per i musulmani, ma per l’intera umanità”. Kuala Lumpur, più sobria, la pratica da mezzo secolo.
Ed è qui che la retorica si separa dai fatti. Perché la finanza islamica, a dispetto della sua aura spirituale, è la forma di capitalismo che più di ogni altra dipende da qualcosa di terribilmente concreto: la fiducia. Senza interesse, il finanziatore condivide il rischio dell’impresa; deve dunque potersi fidare dei bilanci, dei contratti, dei tribunali che li fanno rispettare, dei consigli sharia indipendenti che ne certificano la conformità, e soprattutto di una moneta stabile. La finanza senza interesse è, paradossalmente, la meno compatibile con il potere arbitrario.
Iniziamo dalla Malesia, un Paese che non aspira alla leadership della finanza islamica ma alla giusta pratica. Da undici anni guida l’indice globale del settore, il 44 per cento dell’intero sistema bancario nazionale è conforme al credito sharia. Kuala Lumpur controlla da sola circa il 75 per cento dei sukuk — i titoli obbligazionari islamici — di tutta l’ASEAN (l’Associazione delle nazioni del sud est asiatico), l’82 per cento degli attivi bancari islamici della regione, il 91 per cento della Takasu, il sistema assicurativo islamico cooperativo.
La Malesia ha iniziato a creare un intero ecosistema nel lontano 1963 con un modesto fondo per i pellegrinaggi alla Mecca, cresciuto pazientemente decennio dopo decennio ed oggi integrato con la finanza verde e gli standard ESG. E non è un caso che questa architettura poggi su un’economia che cresce del 5,8 per cento, con l’inflazione all’1,9 per cento e un avanzo di partite correnti al 3 per cento del PIL. La stabilità di cui la finanza islamica ha disperatamente bisogno è esattamente ciò che le istituzioni malesi hanno prodotto. La moneta è credibile, i contratti si fanno rispettare, il potere — per quanto imperfetto — risponde a qualcuno.
Se guardiamo ad Ankara, l’immagine si capovolge. La “finanza partecipativa”, così la chiamano i turchi, pesa appena il 9,5 per cento degli attivi bancari — a fronte di un obiettivo del 15 per cento fissato per il 2025 e clamorosamente mancato. Erdoğan la promuove instancabilmente: tra il 2015 e il 2019 ha fondato banche islamiche di Stato e nel giugno 2026 ne ha fuse tre in un unico colosso pubblico, annunciando quotazioni e nuove ambizioni. È un progetto calato dall’alto, spinto dalla volontà del capo assai più che dalla domanda del mercato.
E qui la contraddizione diventa clamorosa. Come si costruisce una finanza fondata sulla fiducia e sulla stabilità dei prezzi su una lira che ha perso oltre l’80 per cento del suo valore dal 2018? Con un’inflazione ancora al 32 per cento, e con tassi d’interesse al 37 per cento, i più alti del G20? Come si chiede al risparmiatore di condividere il rischio d’impresa in un Paese dove i tribunali arrestano il sindaco di Istanbul, principale rivale del presidente, e dove Freedom House certifica ormai lo status di nazione “non libera”?
La finanza islamica pretende precisamente ciò che la concentrazione del potere in Turchia ha eroso: una moneta stabile, contratti certi, istituzioni credibili, contrappesi capaci di dire di no. Ecco perché, malgrado vent’anni di proclami, la finanza partecipativa turca resta uno slogan più che un’industria.
Vista così, la parentela tra i due Paesi diventa più nitida. Sono entrambe nazioni-ponte che monetizzano la propria indispensabilità geografica; entrambe praticano l’arte del hedging nel mondo multipolare, corteggiando insieme il capitale occidentale e quello cinese; entrambe fondono economia e identità, l’islam politico e il nazionalismo turco da un lato, il primato malese-musulmano dei bumiputera dall’altro. E la finanza islamica è, appunto, il vessillo di questa identità economica condivisa.
La Malesia ha però costruito un’industria credibile nel mondo perché la sua democrazia coalizionale caotica — dentro una monarchia a rotazione unica al mondo, guidata da un Anwar Ibrahim che negli anni Novanta fu lui stesso incarcerato — impone al potere di trattare, mediare, cedere. La Turchia, invece, ha costruito soltanto un annuncio, perché la sua presidenza iper-centralizzata ha smontato uno per uno i contrappesi da cui dipende ogni fiducia. I due ponti sono ancora in piedi sui loro stretti. Ma uno regge sulle proprie fondamenta, l’altro sulla volontà di un solo uomo. E la finanza islamica — che entrambi invocano come futuro — ci ricorda quale dei due, alla lunga, saprà davvero dove porta.