Altro che articolo 18: un deputato italiano lavora al massimo tre giorni. Al massimo. Perché la roadmap della stragrande maggioranza degli “onorevoli” non lascia spazio ad altri scenari. Prevede, semplicemente, tempi a scartamento ridotto nel palazzo. Né un’ora in più, né una in meno. Dal martedì mattina, con calma, al primo pomeriggio del giovedì. Poi si manifesta un fuggi fuggi verso casa perché, è la giustificazione che si sente pronunciare più spesso in Transatlantico, “ciascuno di noi deve curare il territorio, il proprio elettorato”. Territori? Elettorato? “Ma se sono tutti nominati dai segretari di partito”, ribatté con un pizzico di ironia con ilfattoquotidiano.it un vecchio Dc. Nominati ma che difficilmente rinunciano al weekend lungo. 

Da inizio legislatura, infatti, la storia si ripete con cadenza mensile. A nulla sono valsi i moniti e le denunce della presidente della Camera Laura Boldrini. Il 30 luglio del 2013, siamo ancora ai tempi del governo Letta, dalla Cerimonia del Ventaglio criticava alcuni aspetti dell’attività parlamentare: “Che vi sia un affanno nell’attività parlamentare è sotto gli occhi di tutti”. A distanza di un anno – con il supervelocista Matteo Renzi a palazzo Chigi – dal workshop di Cernobbio del mondo della finanza, i toni e i contenuti dell’intervento della Boldrini non sono mutati: “Le riforme sono imperative, ma non ci dobbiamo fermare a quelle perché siamo al palo, siamo fermi, un immobilismo che non è più sostenibile in questo Paese”. A ciò si aggiunge l’ennesimo annuncio di Renzi. Il quale dal salotto di Bruno Vespa ha fatto la voce grossa: “Ho già parlato con i capigruppo: da oggi non si scherza più, si lavorerà 5 giorni su 7”. 

“Ma quelli se ne sbattono” (e giù risate) è la risposta riservata di gran parte degli onorevoli interpellati dal fatto.it. Una paralisi aggravata in questi giorni dalla serie di 13 fumate nere sull’elezione dei giudici della Corte Costituzionale e dei membri laici del Csm. Per dirne una, in attesa che la Camera torni a riunirsi martedì in seduta comune e dia di nuovo vita al tormentone “Bruno-Violante- Zanettin”, lunedì 22 funzionerà a scartamento ridotto. Altro che “sedute ad oltranza“, evocate da Boldrini e dallo stesso Renzi. Sono previste, infatti, soltanto ratifiche e una decina di interrogazioni urgenti. Sedute nelle quali, a dire tanto, ci saranno al massimo 20 parlamentari. Perché la restante parte sarà a casa a curare l’inesistente collegio elettorale in virtù del Porcellum o tutt’al più bivaccherà in Transatlantico discettando sulle prossime regionali o sulla prima puntata di Ballarò. E l’immagine che meglio rappresenta lo stato del parlamento italiano è certamente la fuga del giovedì. Quando ad una certa ora del giorno, solitamente dopo aver sgranocchiato un supplì alla buvette, è una bufera di trolley e un pullulare di “ci vediamo martedì”, di “arriverò nel pomeriggio tanto al mattino cosa c’è”.

Proprio in quel momento il minuto Andrea Vecchio, parlamentare siciliano di Scelta Civica, che si vede aggirare nei “corridoi dei passi perduti” anche al lunedì e al venerdì, si dispera con ilfattoquotidiano.it: “Guardi, io sono uno di quelli che frequenta assiduamente la Camera, l’attività va male perché ci sono dei regolamenti masochisti che danno soddisfazione ai burocrati della Camera. Le commissioni si fanno male perché sono sovrapposte ad altre, e, lei sa benissimo, che a ciascun parlamentare è consentito di stare in due commissione. E poi ci sono una serie di sprechi”. Stesso discorso vale per la stacanovista Rosanna Scopelliti, giovane parlamentare di Ncd, che presidia le commissioni anche il venerdì: “Credo che per aumentare la produttività del Parlamento, oltre al superamento del bicameralismo perfetto, come ormai è stato deciso, serva una revisione dei regolamenti di Camera e Senato ed un accorciamento della filiera legislativa, magari ampliando anche le deleghe delle commissioni. In sintesi va bene lavorare più giorni, a patto che si eliminino sprechi e tempi morti”.

Sprechi che, secondo Vecchio, dovrebbero essere tagliati partendo da un taglio radicale dei dipendenti: “Il numero è eccessivo. Io credo che gli stenografi della Camera dovrebbe essere mandati a casa perché gli atti vengono sbobinati dalle registrazione. Oziano, questi, si annoiano, si guardano in giro. A cosa servono?”. Vecchio si ferma, il tono della voce si abbassa e forse con un filo di mortificazione confida: “Fino ad oggi le posso dire che è stato il periodo più mortificante della mia vita, non mi sono mai sentito più inutile come in questo anno e mezzo. Schiaccio bottoni dall’inizio della legislatura, tutte le decisioni sono preordinate, organizzate”.

@GiuseppeFalci

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