Negli ultimi giorni decine di migliaia di civili hanno lasciato la città di Sinjar e le aree circostanti, nel nord-ovest dell’Iraq, a seguito dell’offensiva dello Stato islamico (già Stato islamico dell’Iraq e del Levante), che ormai controlla tutta la piana di Ninive.

La maggior parte di loro, come le altre decine di migliaia di persone intrappolate sulle montagne a sud di Sinjar, difese per ora solo dai peshmerga curdi (ma si attendono “attacchi mirati” degli Usa, oltre forse ad armi e assistenza militare alle stesse forze curde), è di fede yazida: gli “adoratori di Satana”, la cui eliminazione lo Stato islamico aveva annunciato già a fine giugno in un video diffuso in rete e significativamente intitolato “La fine dell’accordo Sykes-Pikot”. 

In ogni territorio conquistato lo Stato islamico ha mostrato, nel modo più estremo possibile, di non tollerare qualsiasi gruppo religioso sospetto di rendere impuro il califfato da poco proclamato nelle parti di Siria e Iraq finite nelle sue mani.

Cristiani e sciiti di rito shabak ne hanno già fatto le spese, soprattutto nell’area di Mosul, e continuano a farle:  il 7 agosto migliaia di persone di religione cristiana sono fuggite dalle città di Qaraqosh e al-Qosh e altrettante risultavano impossibilitate a farlo.

Oltre a quelli che sono riusciti a raggiungere la Regione autonoma curda e, in piccola parte, ad arrivare in Turchia, oltre a coloro che si sono rifugiati sulle montagne e a corto di cibo e acqua, dobbiamo parlare purtroppo di un terzo gruppo di yazidi: centinaia  – secondo fonti curde, migliaia – di uomini, ma anche donne e bambini, di cui non si sa più nulla, probabilmente rapiti e uccisi dallo Stato islamico a partire dal 2 agosto.

Due famiglie del villaggio di Khana Sor, al confine con la Siria, 30 persone in tutto, sono state sterminate.  Altri scomparsi si registrano a Tal al-Banat. Continuano a diffondersi voci terribili su centinaia di donne rapite e ridotte in condizione di schiavitù e su almeno 40 bambini morti per disidratazione. 

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