La finale di Coppa Italia fa nascere una marea di domande e un’unica certezza.

Partiamo da quest’ultima.

Ha perfettamente ragione il ministro (ex, poi vedremo perché) degli Interni Alfano: non c’è stata alcuna trattativa con l’ormai celebre (tra quanto lo vedremo in un talk show? Tra quanto in un reality?) Gennaro ‘a carogna.

La parola “trattativa” implica che due (2) parti si accordino su qualcosa.

In questo caso c’è stato un ordine. “La partita si può giocare”. Questo è stato deciso, questo è stato comunicato alle “autorità” (qualche perplessità anche sull’uso del termine autorità, visto che dovrebbe essere riferito a chi ha il potere e l’autorevolezza per prendere delle decisioni). Qui, invece, abbiamo rappresentanti dello Stato che prendono ordini da una persona in odor di camorra e che indossa una maglia che inneggia un condannato, che ha ucciso un uomo dello Stato.

Ma poi ci ripensano (come i cornuti, si dice a Roma) e gli danno un Daspo

Neanche Palahniuk sarebbe stato in grado di scrivere una roba simile.

Tutto il resto è fuffa.

Come ha scritto magistralmente Emiliano Luzzi su Il Fatto di domenica, “Ministro degli Interni è Genny ‘a Carogna”.

Comandava lui. Ha deciso lui.

Come era già successo con il triste derby di Roma, è stata proprio una parte dei tifosi (a nome di chi? Per conto di chi?) a decidere la sospensione della partita. Tra loro, anche De Santis (“Gastone”), accusato di aver sparato ai tifosi partenopei.

E a partire da qui, tutte le altre domande.

Perché una persona che si è macchiata di reati così gravi gestiva un punto ristoro accanto allo Stadio Olimpico?

Perché – nonostante un dispiego di uomini delle forze dell’ordine anche sul luogo dell’attentato – ha potuto prima tirare delle bombe carta e poi – come afferma l’accusa – sparare?

Perché i rappresentati dello Stato sono rimasti tutti lì buoni buoni, nonostante lo spettacolo pietoso e la selva di fischi che ha coperto il nostro inno nazionale?

Per “rispetto” di chi?

Mi sarei sentito molto più rispettato se se ne fossero andati, indignati.

Perché se l’inizio della partita non è mai stato in dubbio, come ripetono a mantra tutti i diretti interessati, il match è cominciato quasi un’ora dopo?

Perché il capitano del Napoli ha dovuto rassicurare personalmente i tifosi sulle condizioni del ragazzo ferito?

Perché non è stato fatto un comunicato ufficiale con gli alto parlanti?

E, più in generale, perché dobbiamo pagare i costi economici e sociali altissimi per uno spettacolo così indecoroso? Perché – se non si è in grado di garantire la sicurezza all’interno e all’esterno degli stadi – non si sospendono tutte le partite di ogni serie?

Se la gente si accoltellasse al cinema, ci sarebbero manifestazioni di piazza contro una probabile chiusura delle sale cinematografiche?

Perché il giorno dopo, come sarebbe accaduto in un qualsiasi paese civile, tutti i diretti interessati (ministro degli Interni, Prefetto, chi gestiva l’ordine pubblico, tutti di ogni ordine e grado) non si sono dimessi?

Perché gente pagata (e bene) compreso (l’ex) Ministro degli Interni non sono in grado di affrontare una volta per tutta questa vergogna?

Sennò nominiamo davvero ministro Genny ‘a carogna, almeno non lo paghiamo.

Una decina di anni fa andai a girare un servizio in Inghilterra, per capire come avessero debellato (almeno all’interno degli stadi) il fenomeno degli hooligans.

Uno dei capi della Polizia ci disse: “A un certo punto si è voluto risolvere il problema”.

Ecco. Forse è proprio questo il passaggio che manca.

Quel si è voluto.

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