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Attentato a Ranucci, Lavitola ammette: “Sono il mandante. La bomba per il suo bene, volevo fargli avere più scorta”. Il legale del giornalista: “Delirante”

Il faccendiere ha risposto per oltre cinque ore a pm e gip nell'interrogatorio di garanzia. Il suo avvocato alle domande sull'eventuale consapevolezza del giornalista: "Non posso rispondere"
Attentato a Ranucci, Lavitola ammette: “Sono il mandante. La bomba per il suo bene, volevo fargli avere più scorta”. Il legale del giornalista: “Delirante”
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Walter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. La svolta nell’indagine della Procura di Roma è arrivata durante l’interrogatorio di garanzia dell’imprenditore, arrestato lunedì con l’accusa di aver commissionato la bomba piazzata lo scorso ottobre davanti a casa del conduttore di Report: un gesto che secondo i magistrati era mirato a favorire una candidatura politica del giornalista, accrescendo la sua popolarità. Nel colloquio con pm e gip nel carcere di Rebibbia, durato oltre cinque ore, il faccendiere ha però fornito una ricostruzione diversa: “Il movente dell’attentato va ricercato nel fatto che Lavitola voleva far innalzare il livello di scorta a Ranucci”, riferisce il suo avvocato Sergio Cola.

L’atto “indubbiamente delittuoso”, secondo il legale, sarebbe stato quindi compiuto “per il bene di Ranucci, che era oggetto di parecchi e pericolosi tentativi di aggredirlo. Ranucci aveva all’epoca una protezione composta solamente da due uomini. Siccome gli attentatori, a modo di vedere di Lavitola, erano pericolosissimi, lui l’ha fatto perché poi in effetti dopo l’attentato la scorta è stata più che raddoppiata, si è passata da due a otto agenti con una protezione a a ferro di cavallo”. La bomba quindi non avrebbe avuto un movente politico, “anche se di fatto l’attentato, ma non per volontà di Lavitola, ha potuto aumentare la popolarità” di Ranucci. Alle domande dei giornalisti su un’eventuale consapevolezza del conduttore (finora esclusa dai magistrati) però ha fatto scena muta: “Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo quello che io potevo dirvi”.

Per Ranucci, di fronte alle dichiarazioni emerse di Lavitola, ha parlato l’avvocato Roberto De Vita: “La confessione di cui apprendiamo”, ha dichiarato il legale del giornalista, “lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia, se il movente reale fosse effettivamente quello riportato. Anche perché Sigrfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal Ministero dell’Interno”. Per quanto riguarda “la popolarità”, ha aggiunto l’avvocato, “era già da molto tempo elevatissima sia in Italia che all’estero, prova ne è la persistenza della tensione mediatica su quanto sta avvenendo. Quindi se il movente è quello, si colloca tra l’inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Ovviamente un conto è la confessione altro la valutazione della sua credibilità”.

Lavitola, già coinvolto in numerose vicende giudiziarie, è comparso alle 12 davanti alla giudice per le indagini preliminari Iole Moricca – che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti – e del pm Edoardo De Santis. A quanto ha riferito entrando in carcere l’avvocato Cola, fino all’ultimo momento non aveva ancora deciso se rispondere alle domande. Il mese scorso, convocato dai pm mentre era ancora indagato a piede libero, l’ex direttore dell’Avanti! si era avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando però lunghe dichiarazioni spontanee in cui si era detto totalmente estraneo ai fatti. Il legale ha comunicato di aver chiesto per il suo assistito “una misura cautelare meno afflittiva, come gli arresti domiciliari”.

Secondo la ricostruzione della gip nell’ordinanza di custodia cautelare, la bomba “doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, comunque un avvertimento rivolto al giornalista per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai porre in effettivo pericolo” la sua incolumità. La giudice aveva ordinato l’arresto anche del socio-factotum di Lavitola, il camerunense Gomes Clesio Tavares, attualmente latitante in Africa: nell’ipotesi accusatoria è stato lui a reclutare gli esecutori materiali del delitto, tre uomini e una donna di origine campana arrestati a fine giugno.

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