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Grillo, Kundera e il buonumore

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Quante volte vi è capitato di dire una cosa per scherzo, come battuta o come paradosso, e di essere presi sul serio, ottenendo in risposta stupore, o addirittura serissime critiche? A me sempre più spesso, negli ultimi tempi; all’improvviso me ne sono reso conto leggendo La festa dell’insignificanza di Milan Kundera. Non certo uno dei libri migliori dello scrittore ceco, ma dove, come sempre, si nasconde una diagnosi acuta dell’epoca in cui viviamo. Fa dire Kundera a uno dei suoi personaggi: “Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio. Ma mi rendo conto che le nostre beffe hanno perso ogni potere“.

Tempi duri perfino per il situazionismo, e non solo. “Le burle sono diventate pericolose”; e per la verità in Kundera lo sono sempre state, possono rivoltarsi contro chi ne è autore fin dai tempi del suo primo, magnifico romanzo, Lo scherzo. Ma ora siamo oltre. Ora non vengono proprio comprese, sono una lingua ignota, come d’altra parte l’ironia. Poco oltre Kundera, tirando in ballo Hegel, cerca di capire per quale motivo saremmo entrati nell'”era posbeffarda”: “Nella sua riflessione sul comico, Hegel dice che il vero umorismo è impensabile senza l’infinito buonumore (…) Non lo scherno, non la satira, non il sarcasmo. Solo dall’alto dell’infinito buonumore puoi osservare sotto di te l’eterna stupidità degli uomini e riderne.”

Ora, non c’è dubbio che questi sono anni alquanto carenti di buonumore, e dove anzi il buonumore è visto con un certo sospetto. Viviamo immersi nella rete, e su Internet siamo circondati dallo scherno, dalla satira, dal sarcasmo. La creatività è ovunque, ottima e abbondante. Ma buonumore, poco o punto. Ed è qui che uno smette di pensare ai casi propri, e comincia a riflettere sull’evoluzione di Beppe Grillo, da comico a capopopolo. Senza dubbio, qualunque cosa se ne pensi, e anche per questo, il politico più rappresentatativo dei nostri tempi. C’è lo zampino di Hegel, in questa metamorfosi? Grillo nasce come professionista del comico, e tuttora, anche nella nuova veste di castigamatti dei politici, non ha smarrito l’arte della battuta, tutt’altro. Però, fattosi paladino della rete, è diventato uguale a lei, ne ha assunto i connotati. Scherno, satira, sarcasmo. E l’ironia? Smarrita per strada. Il paradosso? Seppellito dagli anatemi. Il buonumore? Modica quantità, quasi nulla. Grillo, come quasi tutti noi, ha smesso di guardare il mondo dall’alto; ne osserva da sotto le sottane (e in questo è bravissimo). Ma dove la battuta diventa invettiva necrofila, l’infinito buonumore diventa un miraggio, o addirittura un nemico da combattere, se si ha al proprio fianco Gianroberto Casaleggio.

A me un mondo senza buonumore – e senza umorismo- fa paura. Mi chiedo se Grillo sia consapevole di avere perduto progressivamente il buonumore – ed è su questo che vorrei lo mettesse in guardia uno che il buonumore non l’ha mai perduto, Dario Fo. Il buonumore è come il coraggio di Don Abbondio: chi non ce l’ha, non se lo può dare. Inutile chiederlo a Lupi, ad Alfano, a Letta, per non parlare di Monti. A Renzi e a Berlusconi si può al massimo chiedere se la sanno l’ultima, e loro ti diranno di sì, ma quello è un altro paio di maniche.

Grillo, invece, il buonumore l’ha frequentato, e forse non è estraneo al suo legittimo passaggio dal cabaret alla politica. Peccato che abbia sotterrato i panni del buffone (chissà se Renzi ha letto abbastanza Shakespeare da capire di avergli fatto un complimento) per indossare sempre e soltanto la tonaca del savonarola, nella festa in maschera della politica italiana. Che, se non è la festa dell’insignificanza, le assomiglia parecchio.

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