Forconi, chi siete? In ogni momento potrei imbattermi in un vostro posto di blocco senza sapere se devo avere paura o capire, se siamo dalla stessa parte del mondo (difendersi o aggredire), se la vostra è rivendicazione o vendetta, se ci unisce il desiderio che questa brutta giornata finisca, o il desiderio di prolungarla dentro una notte di compensazione violenta del debito. So benissimo che la parola “Forconi” serve solo per la cronaca giornalistica, che un movimento con quel nome avventuroso è solo una piccola parte, che c’è una aggregazione “9 dicembre” che ha persino un portavoce di nome Zunino, che – sento alla radio – è molto professionale e molto espressivo (benché alcune cose che dice mi spaventino, non come cittadino che ha paura di andare in strada, ma come persona che ha visto il passato e ha già incontrato quelle frasi e ha già visto le paurose conseguenze).

C’è un’altra via d’uscita: tentare di buttare tutto sul ridicolo. Infatti un certo Galvani, che parla come un leader e dice di non esserlo, arriva sul posto in Jaguar. Può darsi che si tratti di una provocazione calcolata, come quelle dada o futuriste, che infatti si esibiscono un po’ prima delle vere rivoluzioni. Troppo facile, però, acciuffare pretesti e incongruenze, mentre intorno tutto è incongruo, illogico, presentato come logico e vero da tutti i potenti media, ma privo di riscontro nel reale. Non fa scandalo se qui o là ci sono i Casa Pound. Nessuno ha diramato inviti o messo barriere, e se ci sono i fascisti non è una ragione per dire subito che la loro presenza contamini tutto. Certo non è una bella compagnia, ma sento dire che voi non cercate nessuno, non vi fidate di nessuno e ripetete in un coro tempestoso, ma (finora) nonviolento “tutti a casa”. Le volte (non tante) che i media vi consentono di parlare, spiegate che fuori vuol dire fuori, via tutti dal palazzo. Le poche volte che vi domandano chi è il leader rispondete “Nessuno”, una buona idea, non so se, inconsapevolmente, tratta dallo scherzo giocato a Polifemo da Ulisse nel racconto di Omero. Quello scherzo come sapete, funziona.

Vi immaginano disperati e sprovveduti e invece forse siete pronti al momento giusto. Ma pronti a che cosa? Mi arrampico in su, sospettando un grave pericolo. Poi scivolo giù, al livello del come stanno le cose, e mi rendo conto che non poteva andare diversamente. Il Paese è bloccato, il governo è fermo, ogni atto politico è una finta, c’è una grande sosta inspiegata e inspiegabile, da quando è stato interrotto il voto per il nuovo presidente della Repubblica. Tutto si è immobilizzato di colpo, come in uno strano presepio, tranne la perdita di lavoro, di case, di paghe, di partita Iva e la scomparsa di centinaia di migliaia di piccoli lavori e di aiuto dei meno poveri ai più poveri adesso altrettanto poveri. Un angoscioso spostarsi verso il basso che continua anche adesso.

E allora, poiché è scomodo muoversi nel fango, che potrebbe essere – cominciate a temere – sabbia mobile, siete scesi in piazza da tante strade come dopo una inondazione. E noi ci domandiamo: chi sono? Vi siete accorti che sto parlando di “voi” e “noi”? È un discorso di classe, ma la classe non è sociale, alla vecchia maniera, è nella testa. Cioè alcuni (“noi”) continuiamo a vedere cose che non ci sono (organizzazioni, partiti, elezioni, leader) e ad aspettarne altre che forse non accadranno. Evidentemente abbiamo torto perché siamo redarguiti con durezza dal capo dello Stato perché parliamo – pensate – “dannatamente” di elezioni. Voi vedete il vuoto. E per esorcizzare la paura, ci entrate dentro.

Qui però accade qualcosa di strano e di inspiegabile. Marco Revelli, in un bell’articolo su il manifesto scrive “L’unico volantino che mi mostravano (in Piazza Castello, a Torino, ndr) diceva: siamo italiani, a caratteri cubitali”. Sì, però, subito dopo, ai vari microfoni uno con quel manifesto in mano diceva: “I soldi e le case non li date a noi italiani li date agli zingari”. Un altro: “Siamo qui perché siamo italiani e abbandonati. Tutti gli aiuti sono per gli immigrati, che ci portano via il lavoro”. Sono molte le voci che si distaccano dal vasto gridare della piazza, mentre gli agenti si tolgono i caschi, e sentite ripetere ancora e ancora la storia degli zingari. Siamo al livello un po’ animale di Borghezio il leghista, che di suo, molto prima dei forconi, incendiava i giacigli di immigrati che dormivano sotto i ponti a Torino. Come in una strana fiaba, c’è il rischio di precipitare a un livello più basso di cattiveria contro gli ancora più poveri.

Purtroppo non è tutto. Spiega Andrea Zunino, il portavoce (che poi nega, ma nega male) nell’intervista di Radio 3: “Siamo ridotti così perché l’Italia è schiava dei banchieri ebrei”. E fa il nome di Rothschild, che avrà pescato in rete, negli angoli in cui sopravvivono i resti di un profondo antisemitismo sempre in agguato, di un vetero-fascismo che credevamo morto e sepolto. Queste povere e squallide dichiarazioni vanno messe sul conto di chi ha fermato la democrazia e tagliato fuori i cittadini da ogni partecipazione politica. Ma quando il presidente delle Comunità ebraiche italiane Gattegna dice che “quelle parole appartengono a un periodo storico di morte, violenza, negazione di ogni diritto” lancia un grido di indignazione, condanna, dolore che devo condividere per illudermi di vivere in un mondo normale e civile.

Mi rendo conto che c’è un solo modo per sapere chi siete e dove andate: con tanta rabbia e un buio profondo, movimenti 9 dicembre e forconi: rompere l’incantesimo della grande fermata e rimettere in moto la democrazia. Se Renzi fosse davvero nuovo, dopo il rito di famiglia detto “segreteria” alle 7 del mattino, sarebbe in strada alle 8, rompendo e rifiutando subito la gelida separazione fra cittadini e palazzo che spinge alla disperazione. O a brutte, umilianti allucinazioni.

Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2013

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