Ho frequentato per sei anni un social forum, ero una convinta attivista ‘new global’ (lo ero e lo sono tuttora, visto che le nostre paure di allora si sono tradotte in realtà oggi…) ed ho partecipato (a volte tra gli organizzatori) a tante di quelle manifestazioni che faccio fatica a ricordarle tutte. Ad una di esse sono stata picchiata a sangue da tre carabinieri e due poliziotti – contemporaneamente, per i cinque minuti più lunghi della mia vita.

Attraverso il lavoro con Salvatore Borsellino ho imparato a conoscere, negli anni, l’altra parte della barricata, poliziotti, carabinieri, magistrati, le cosiddette ‘forze dell’ordine’, a capire le loro motivazioni, le loro idee, che spesso mi hanno fatto riflettere, anche non condividendole, nella maggioranza dei casi. Ho imparato anche a vedere l’uomo dietro la divisa e non parlo solo dell’essere umano con tutti i suoi sentimenti ma delle differenze di vedute, di motivazioni, le peculiarità di ciascuno. Sarà scontato, ma spesso, tra i nostri ‘ranghi’, si aveva l’impressione che fossero ‘tutti uguali’, forse perché così era più facile individuarli nel ‘nemico’.

Oggi uno di loro, parlando, ha accennato al fatto che avrebbe partecipato ad un servizio di ordine pubblico ‘a rischio’. E, come per tutti gli amici che sai correre rischi, di qualsiasi genere, ti preoccupi, perché la reazione istintiva degli esseri umani è sempre il desiderio di proteggere coloro a cui si vuole bene.

Ma questa volta, insieme alla preoccupazione e al senso di impotenza, ho provato anche una gran rabbia e paura. Perché di queste situazioni ‘a rischio’ l’Italia ne vedrà sempre di più, le politiche (interne ed europee) produrranno sempre più persone disperate che non avranno niente da perdere. E ci ritroveremo sempre più in situazioni nelle quali a contrapporsi saranno persone perbene, individui con delle teste pensanti, con dei valori e dei sogni, che però saranno mascherati dietro a delle barricate, dietro ad ordini da una parte e a disperazione e frustrazione dall’altra. Caschi contro passamontagna. E ci si dimenticherà dell’essere umano sotto di essi.

Non voglio parlare di chi abbia ragione o torto oggi, di quale sia la scelta migliore, se l’indossare un casco o un passamontagna (magari ‘niente’ sarebbe la risposta più giusta…), se la rivoluzione o la riforma, non credo nemmeno che ne sarei in grado.

Vorrei solo esprimere quello che sento, dentro di me, essere l’unica soluzione ad una violenza (e quindi ad una sconfitta) quasi annunciata: l’andare oltre gli schemi preconcetti, oltre quello che si pensa di sapere, oltre le verità indiscutibili, oltre le proprie convinzioni. Il ricordarsi di essere prima di tutto esseri umani e *poi* elementi di una fazione o di un’altra. Il domandarsi se la persona con il volto coperto davanti a te potrebbe essere il poliziotto che ha aiutato ad alzarsi un manifestante con il naso pieno di sangue, pulendoglielo con il proprio fazzoletto o il poliziotto che ha avuto il coraggio di denunciare i suoi stessi colleghi colpevoli di sporchi reati, o se quella persona potrebbe essere il manifestante che ha fatto da scudo con il proprio corpo minuto ad un poliziotto ferito a terra su cui stavano arrivando calcinacci e pietre.

Perché sono tutte cose che ho visto con i miei occhi. Perché non voglio avere paura per l’incolumità delle persone che rispetto e a cui voglio bene, da qualsiasi parte essi siano. E perché la ragione e la riflessione, spinte dalle emozioni positive proprie degli esseri umani, sono l’unica cosa che potrà farci vincere contro i veri responsabili delle sofferenze dei più deboli.

 

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