Aspettavo Massimo, tutti i pomeriggi. Ero un’adolescente. Massimo aveva una vespa bianca, andavamo ai portici, li chiamavano così certi compagni. Lui accendeva lo spinello, aveva di solito del fumo buono. E io aspettavo Massimo sempre, anche quando lui c’era in fondo non c’era mai.

Leggo dal mio moleskine, sono gli appunti sulla mia periferia, sulla vita di quegli anni che erano piccoli inferni bruciati al falò di lastre di eternit e pneumatici di vecchie macchine. Andammo in un pub una sera, Massimo mi guardò stravolto sotto la luce del bancone, mi disse: “sembri un gatto, non ho mai visto occhi così”. Ho capito allora che Massimo non mi aveva mai guardato veramente. Era Capodanno, è andata così. Non riuscii ad averlo, il mio karma in fondo si chiama attesa (ma questo che importa?). C’era un giardino, noi andavamo lì, fu tutto troppo breve, mi aggrappai al suo fragile costato, aspetta, lo supplicai, lui era altrove, strafatto, maledizione.

Massimo amava gli Smiths, era Capodanno, Cetty era sballata, aveva il culo piatto, un cerchietto rosa le fermava la frangia, i pochi capelli. A Cetty cadevano i capelli, perché si bucava. Così racconto in quel romanzo, e quel romanzo non esce mai. Cetty non era un’amica, la invidiavo moltissimo, era la periferia, sono stati gli anni peggiori. Massimo si faceva di eroina, oltre le palizzate, nelle case di amianto, sopra il colle di eternit, emergeva dal trip, con un respiro fioco, un rantolo, il pugno stretto, la siringa sporca di sangue alzata come una spada sguainata. Poi aveva ancora il laccio stretto, la vena del collo la vedevo pulsare. Ansava lungo strade che erano isbe, canaloni di fogna, la Mazzarruna. Ero io ad averlo scelto, io io, nessun’altro.

Forse lo avevo amato, Massimo, come si può a vent’anni, come si conviene ad un’età, e lui aveva provato a corrispondere, come aveva potuto, con i suoi scarni avambracci solcati da piste, col suo costato fragile e i tremori della rota. Massimo era fuori, lo vedevo lì sul colle di lamiera, lanciava sassi verso il ruscello putrido, la pozza di fogna scorreva sotto casa, il suo palazzo falanstero. Niente a senso, scriveva un writer. Qualcuno doveva aggiungere la consonante aspirata. Massimo avrebbe espiato. Io fumavo la mia Marlboro e lo guardavo ammirata, seduta su una vecchia motoape. Un tizio spacciava del fumo ai ragazzini che aspettavano, erano tutti figli di ambulanti. Poi Massimo ti baciai, il tuo sapore era di metallo, era l’eroina.

(continua)

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