Niente da fare. Per la Cassazione a Buccinasco la ‘ndrangheta non esiste. Era successo nel 2012 quando la Suprema corte aveva bocciato il secondo grado dell’indagine Cerberus (poi riconfermato durante l’appello bis). Ha ribadito il 7 giugno 2013 facendo cadere il 416 bis nel processo Parco sud. Qui, però, la decisione della prima sezione penale ha ottenuto un risultato subito tangibile: la scarcerazione (per scadenza termini) del giovane Domenico Papalia, figlio di Antonio Papalia, superboss (oggi ergastolano), killer spietato e capo incontrastato della ‘ndrangheta per tutto il nord Italia. Secondo i magistrati Papalia junior ha raccolto l’eredità della cosca. La notizia preoccupa magistrati e investigatori che ora temono un’escalation di violenza per riequilibrare i poteri mafiosi. I timori si basano anche sul fatto che molti affiliati delle cosche (anche di alto livello) sono tornati in libertà.

E così giovedì scorso il giovane erede di uno dei più potenti casati di ‘ndrangheta ha lasciato il carcere di Pavia ed è tornato a casa da mamma Rosa (Sergi) nei palazzoni accanto al cimitero in via Mascagni a Buccinasco. Dietro le sbarre ci era finito il 24 gennaio 2011, dopo oltre un anno di latitanza. Il 2 novembre 2009, infatti, gli uomini della Dia si erano presentati nell’appartamento di via Vivaldi 9 sempre a Buccinasco. E’ l’operazione Parco sud.

In quel novembre, gli investigatori tengono in mano un mandato d’arresto firmato dal gip Giuseppe Gennari. Accusa: associazione mafiosa. Nulla da fare, Domenico Papalia è già fuggito. Con lui, allora, si buttò latitante anche il suo luogotenente Antonio Perre, detto Toto ‘u Cainu. Perre si costituirà il 14 settembre 2010. Ai carabinieri di Platì si presenterà con torta di compleanno. Il suo. Festeggiato solo il giorno prima, sempre nel piccolo comune della Locride.

Storie di ‘ndrangheta. Anzi no, solo storie. Visto che per la Cassazione, oggi a Buccinasco la ‘ndrangheta non esiste. Il 7 giugno 2013 la Suprema corte ha annullato con rinvio la sentenza di secondo grado con cui i giudici di Milano confermavano (abbassandola) la condanna per mafia al giovane Domenico Papalia. Condanna condivisa con altre cinque persone. Tra queste anche Salvatore Barbaro (coinvolto anche nell’indagine Cerberus), genero di Rocco Papalia, potente boss della ‘ndrangheta lombarda (oggi in carcere), nonché zio del giovane Domenico. In poche parole il gotha della ‘ndrangheta alla milanese.

Insomma, il giovane Domenico, nato a Locri nel 1983, appartiene alla nobiltà mafiosa trapiantata al nord. Appartenenza che però viene messa in dubbio dalla Cassazione che con la sentenza del 7 giugno 2013 ha fatto cadere tutti i reati legati alla mafia, il 416 bis, naturalmente, ma anche l’aggravante dell’articolo 7 (ovvero il metodo mafioso). Bisognerà dunque ricominciare dal secondo grado. Ad oggi resta in piedi il giudizio di primo grado (celebrato con rito abbreviato) che il 28 ottobre 2010 condannerà Domenico a sei anni di galera. La sentenza tiene conto delle attenuanti generiche, visto che Papalia junior, pur considerato dalla procura uno dei capi dell’associazione mafiosa, risulta incensurato.

L’indagine Parco sud inizia nel 2007 e nel corso del suo sviluppo terrà a battesimo un travagliato passaggio di consegne ai vertici della Dda milanese con Ferdinando Pomarici che lascia il posto a Ilda Boccassini. Nel 2008, poi, si chiude il capitolo Cerberus. E’ la ‘ndrangheta del movimento terra. Un anno dopo (novembre 2009) ancora arresti. E’ la ‘ndrangheta che attraverso l’immobiliare Kreiamo si accomoda in via Montenapoleone e tiene i contatti con la politica. In questo quadro, secondo l’accusa, Domenico Papalia gioca un ruolo da protagonista. Scrive il gip: “Se pure ancora giovanissimo, vanta ascendenze di eccezionale caratura, essendo figlio di Antonio Papalia e nipote di Rocco Papalia”. Ecco allora il giovane erede come interviene per risolvere una controversia tra il clan Sergi e i colletti bianchi legati ai Papalia: “Speriamo che qua tutta questa situazione la risolviate (…) sennò a me ve lo giuro mi dispiace. L’ho detto anche ad Antonio (Papalia, il padre ndr) vedete di risolvere la situazione sennò (…)Vabbò, vedete voi, io sono venuto qua perché gliel’ho detto già”. Chiosa il gip: “Ovviamente il “mi dispiace” di Papalia Domenico ha un peso specifico di un certo tipo”. Mentre Andrea Maddafari, uomo della Kreiamo e uomo-cerniera con i boss, del giovane Papalia dice: “Quel ragazzino li non è un Piripicchio a caso, sai chi è suo padre?… E’ Rocco Papalia, quello di Assago, della villa bunker (… ) quindi era li perché doveva esserci”. Naturalmente Madaffri sbaglia parentela “ma – commenta il gip – non cambia il significato della sua affermazione. Ciò che rileva è la appartenenza diretta di Domenico al clan Papalia”.

Questa la costruzione che i pm portano al processo. Costruzione che il primo grado, come detto, confermerà in pieno. La sentenza arriverà nell’ottobre 2010 con Domenico Papalia ancora latitante. La sua fuga inizia la notte del 2 novembre 2009. In quelle ore l’appartamento di via Vivaldi è controllato dalle vedette del clan. Papalia non si fa trovare. Mentre Antonio Perre sfugge alla cattura dalla sua casa di Motta Visconti. Scenderà subito a Platì. Direzione diversa, quella presa dal figlio di Antonio Papalia che se ne va in Valle d’Aosta. Qui la cosca conta su diversi appoggi. In particolare ci vive un cugino del superpentito Saverio Morabito, già killer dei Papalia. Il cugino dei Morabito è imparentato con Rocco Pipicella, latitante dal 1982 dopo essere stato condannato a 30 anni per il sequestro Ravizza.

La trasferta, però, dura poco. Papalia torna a Buccinasco. Meglio a Gudo Visconti in un quartiere di villette basse abitate da conterranei. I carabinieri di Milano metteranno agli atti una nota in cui si descrive quel pugno di strade come un vero e proprio fortino della ‘ndrangheta. La latitanza prosegue: Papalia viene visto a Trezzano sul Naviglio, a Buccinasco. Fonti investigative, che però non hanno trovato riscontri, lo vorrebbero a cena nei migliori ristoranti di Milano. Ipotesi, suggestioni. Papalia junior viaggia a bordo di una X6 bianca e intrattiene rapporti con un noto commercialista. I carabinieri gli stanno dietro e quasi lo arrestano in un appartamento in zona Lorenteggio. La casa, rivela un investigatore, è intestata a Vincenzo Novella, figlio di Carmelo, il boss che voleva fare la secessione dalla Calabria e invece finì ammazzato ai tavolini di un circolo a San Vittore Olona.

Nel gennaio 2011 Domenico Papalia decide di consegnarsi spontaneamente. E si presenta al carcere di Pavia. Due anni e cinque mesi dopo è di nuovo libero. In attesa di giudizio.

Aggiornato da redazione web il 14/5/18

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