È stata soprannominata la Platì del nord per l’alta concentrazione di cittadini provenienti dal comune dell’Aspromonte, ma soprattutto per essere diventata la culla della ‘ndrangheta in Lombardia. Negli anni Settanta e Ottanta quella dei sequestri, degli omicidi e del traffico di eroina. Negli anni Novanta quella che si fa impresa. Da oggi, però, non è più così, perché a Buccinasco, hinterland sud-ovest di Milano, la mafia non esiste. Non ne sono un sintomo i matrimoni incrociati tra i rampolli di due clan, le intimidazioni e il condizionamento degli imprenditori. Non lo sono senza una prova concreta. A sostenerlo è la seconda sezione penale della Corte di Cassazione che in 29 pagine di sentenza, depositata il 3 agosto, smonta punto per punto il giudizio d’Appello che il 20 maggio 2011 aveva confermato le condanne per mafia (tra i 5 e i 9 anni) a carico di Domenico, Salvatore, Rosario Barbaro, Mario Miceli e l’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi. Su tutti pesa l’accusa di portare avanti gli interessi – nel campo dell’edilizia e del movimento terra – della potente cosca Papalia, in passato rappresentata dai fratelli Antonio, Domenico e Rocco, per anni il gotha della criminalità calabrese in riva al Naviglio. A tal punto influenti da ospitare in un bar di Buccinasco un summit storico con Giuseppe Morabito, detto ‘u tiradrittu’ e Giuseppe Pelle, alias Gambazza. Insomma la ‘ndrangheta di Platì, Africo, San Luca.

Quello era il 1981. Quasi trent’anni dopo, nel luglio 2008, scattano gli arresti. In carcere finiscono i Barbaro e l’imprenditore Luraghi. I primi lanci d’agenzia titolano: “Arrestate le nuove leve dei Papalia”. A saldare il passato con il presente c’è il matrimonio tra Salvatore Barbaro e Serafina Papalia, figlia di Rocco, boss pluricondannato oggi ancora in carcere. Secondo gli investigatori è “la chiave di volta per realizzare il passaggio di testimone”. La tesi regge in primo e in secondo grado. E questo nonostante, con l’andare del processo, si perda per strada l’accusa di estorsione, rimanendo solo l’involucro dell’associazione mafiosa. La frenata arriva in Cassazione. Il 25 aprile i giudici bocciano l’Appello e chiedono un nuovo processo che inizierà il prossimo 6 novembre.

Insomma, una delle indagini che la Procura di Milano ha sempre portato ad esempio per dimostrare l’infiltrazione mafiosa al nord, rischia il naufragio. Rischio tanto più concreto viste le puntuali motivazioni della Suprema corte. Una su tutte: la successione ereditaria dal punto di vista mafioso non può essere dimostrata solamente con il matrimonio tra Barbaro e Papalia. Insomma, al di là del rapporto coniugale, per giustificare il passaggio del comando mafioso i giudici milanesi dovranno rimotivare “la natura e la portata dei legami tra la famiglia Barbaro e quella Papalia”. Tanto più che dai colloqui in carcere tra Rocco Papalia e il genero non emergono “ordini” o “direttive” tali da dimostrare la regia occulta del vecchio capobastone. “Eppure – ricorda un investigatore – nel 2004, durante un’intercettazione in carcere, Barbaro diceva al suocero che c’era un’indagine su di loro”. 

Il legame coniugale ritorna spesso nelle intercettazioni dell’inchiesta Cerberus. In molti passaggi, infatti, si comprende come Salvatore Barbaro utilizzasse il cognome del suocero per intimidire e accaparrarsi gli appalti. Anche qui la Cassazione chiede che vengano “specificate le modalità concrete della spendita del nome Papalia al di là della diffusa conoscenza dell’esistenza di rapporti di parentela”.

Non bastano, poi, gli elenchi delle intimidazioni subite dagli imprenditori senza la prova che autori e mandanti siano i Barbaro-Papalia. Questo rileva la Cassazione che in un lungo passaggio elenca fatti intimidatori – spari e auto bruciate – rimasti, anche nelle sentenze di primo e secondo grado, senza autori. Insomma “non serve una valutazione sul significato della percettibilità dell’avvertimento mafioso”, bisogna anche fornire “la prova della provenienza della minaccia”. Nemmeno “possono essere di per sé la dimostrazione del metodo mafioso”, le amnesie e le ritrattazioni dei testimoni – quasi tutti imprenditori – in aula. Del resto “era evidente che l’intero processo non potesse reggersi su un matrimonio”, spiega Ambra Giovene, storico legale di Salvatore Barbaro. “Fin dall’inizio – prosegue – eravamo convinti che il processo si basasse su una falsa ricostruzione” perché “alla base vi era una mancanza di motivazioni sull’associazione mafiosa”. Fissato il punto, resta da capire cosa succederà. Il rischio è quello di un effetto domino che possa sgretolare un piccola certezza faticosamente conquistata: la presenza della ’ndrangheta a Milano.