Un latitante in meno, ma i problemi restano. Nel corso della conferenza stampa in cui sono stati illustrati i dettagli sulla cattura del narcotrafficante Domenico Trimboli, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, ha puntato il dito contro l’incapacità dello Stato di combattere la ‘ndrangheta: “Sapevamo da tempo che il latitante era a Medelin, in Colombia, ma abbiamo dovuto attendere il rinvio a giudizio per arrestarlo perché non era sufficiente l’ordinanza di custodia cautelare”.

Gratteri ribadisce le difficoltà con le quali magistratura e forze dell’ordine devono fare i conti per arrivare a risultati come la cattura di Trimboli, un broker della ‘ndrangheta capace di muoversi tra l’Europa e il Sud America “come noi ci muoviamo a Reggio”.

Un personaggio in grado di fare arrivare tonnellate di cocaina destinata non solo alla ‘ndrangheta, ma anche a Cosa nostra e alla camorra. “La Colombia è un paese sterminato – ricorda il procuratore aggiunto – dove è possibile muoversi liberamente anche da latitante. L’importante è avere tanti soldi per vivere tranquillamente. La difficoltà della cattura è stata nell’individuare Trimboli e nel rapportarsi con la polizia colombiana. Ci sono posti nel territorio colombiano dove anche l’esercito ha paura di entrare”.

Nato in Argentina, a Buenos Aires, Trimboli era latitante dal 2009. Le sue tracce, però, si erano perse 12 anni fa. “Nel panorama internazionale – aggiunge sempre magistrato reggino – ci dobbiamo relazionare con almeno 6 o 7 paesi del mondo per arrivare a risultati come questo. Abbiamo interessato anche la Dea di Washington, di Miami e Bogotà. Con i carabinieri del Ros da un anno e mezzo eravamo sulle tracce di Trimboli. Avevamo un filone di indagine che interessava il Piemonte dove si era trasferita la famiglia del ricercato. Abbiamo dovuto aspettare il rinvio a giudizio e adesso attendiamo l’estradizione (che otterremo tra circa un anno) in quanto il latitante ha due figli in Colombia per cui non è possibile anticipare i tempi con l’espulsione”.

L’entusiasmo per avere assicurato un latitante alla giustizia si scontra sempre con l’insensibilità di chi ha il dovere di mettere gli inquirenti nelle condizioni di poter ottenere sempre più risultati nella lotta contro la criminalità organizzata: “Se il potere politico, e quindi legislativo, non investe e non si impegna nell’avere rapporti internazionali e nell’impiantare trattati bilaterali, noi possiamo solo inseguire. Questo lo dico anche per rispondere ai miei colleghi, o esperti di mafia, quando parlano di ottimismo e dicono che stiamo sconfiggendo la ‘ndrangheta. I problemi reali sono questi e li ha la polizia giudiziaria che lavora. Ci blocchiamo davanti alla farraginosità dei sistemi penali, processuali e detentivi. Fin quando non si arriva a un sistema in cui, per esempio, la polizia e i carabinieri non possono lavorare online con un fatto reato commesso in Germania, fin quando io, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, non posso intercettare il land di Duisburg o Francoforte, non possiamo parlare di un sistema normativo proporzionato alla realtà criminale”.

“Ancora – conclude – non abbiamo i trattati bilaterali con la Colombia che ci consentirebbero di snellire le procedure. Le trattative tra il ministero della Giustizia italiano e il governo colombiano vanno avanti da anni ma a riguardo non si hanno purtroppo notizie. È questo che dovrebbe fare un governo che vuole combattere la ‘ndrangheta”.

Quella ‘ndrangheta che Domenico Trimboli, alias Pasquale, conosce bene perché, pur essendo nato a Buenos Aires è originario di Natile di Careri, nella Locride, e ritenuto uno dei broker più affidabili dai narcos di tutto il Sud America.

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