Il 24 luglio 2008 il Velodromo del quartiere romano dell’Eur, costruito per le Olimpiadi del 1960, è stato fatto implodere. L’implosione ha prodotto una nube pericolosa per i 10mila abitanti della zona. Quello che non è stato mai detto ai cittadini è che il Velodromo era pieno di amianto e che le bonifiche regolamentari non vennero mai eseguite. La demolizione dell’impianto è stata decretata dalla giunta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, spiegando che la struttura – dimora di senzatetto – era ormai diroccata e che la pista adibita alle corse ciclistiche era inutilizzata dal 1968. Nel progetto pensato dall’Eur Spa (l’azienda partecipata al 90% dal ministero dell’Economia e al 10% dal Comune di Roma), responsabile dell’abbattimento, si prevedeva la costruzione di un grande parco acquatico, la “Città dell’acqua“. Ma i lavori non sono mai partiti e dal 2009 il comitato cittadino “Amianto Velodromo” denuncia che l’unico scopo della demolizione è ottenere il cambio d’uso della struttura per edificare otto palazzine residenziali. “Non si poteva non sapere che il Velodromo fosse pieno di tonnellate di amianto – denuncia il comitato -. Negli anni ’60 era il materiale che veniva utilizzato maggiormente per edificare edifici e strutture adibite a pubblici spettacoli”. Una battaglia quella di ‘Amianto Velodromo’ che ha portato a un risultato importante. La magistratura, in seguito alle numerose denunce presentate dai cittadini, ha rinviato a giudizio Filippo Russo, ex dirigente dell’Eur Spa e direttore responsabile del processo d’esplosione. L’accusa è disastro colposo. A febbraio si aprirà il processo  di Matteo Marini (montaggio di Claudia Amico)

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