Eluana è un pretesto. Un fantasma, senza volto, tra gli spettri italiani. Eluana è un silenzio, mentre intorno, anche chi non dovrebbe, parla di lei. Eluana è vita, morte e dubbio. Marco Bellocchio lo coltiva da sempre. Si fa domande. Non offre risposte, ma solo visioni. Campi in cui piantare il seme. Isole per ragionare. Militari, preti, matti, brigatisti. Gerarchie, arbitrii e sovrastrutture da mettere in crisi perché l’uomo grida, anche quando non ha voce. Da mezzo secolo, Bellocchio disturba tenendo i pugni in tasca. Lo amano. Lo odiano. Lo temono, con qualche ragione. A 72 anni, distante dai languori dei personaggi di mezza età del suo Regista di matrimoni (“Noi siamo finiti perché non riusciamo a raccontare per immagini il mondo di oggi”), il piacentino che vide nascere i quaderni rossi e morire le ideologie, continua a credere nelle idee. Bella addormentata è l’ultima.

Una settimana di storia nazionale ma universale, quella della morte di Eluana Englaro, fitta di simbolismi e richiami. Il territorio di Bellocchio. Non voleva che il film fosse “un’asserzione”. Non gli bastava essere d’accordo con Beppino Englaro, il padre della ragazza rimasta in stato vegetativo per 17 anni, per immergersi in un caso che sul proscenio vedeva muoversi i temi eterni della sua poetica. Il sogno, il trapasso, l’illusione. La profezia della fiaba originaria: “Prima che il sole tramonti sul suo sedicesimo compleanno la principessa morirà (…)”, i rovi metaforici e gli inviolabili castelli del dogma. Per trovare la chiave giusta ha impiegato 2 anni. Alla fine ha aperto la porta attraverso la cronaca. Osservando i telegiornali, le dirette, i titoli e le urla “assassini”. Studiando gesti e preghiere dei contrapposti drappelli di crociati. Una Belfast fuori latitudine, di fronte alla clinica di Udine “La quiete” dove il 9 febbraio del 2009, dopo 10 anni di battaglia giudiziaria si interruppe la nutrizione forzata a una ragazza caduta nel buio. Alimentata e idratata con un sondino dal gennaio del ’92 per un incidente stradale e poi lasciata andare per “la mancanza della benché minima possibilità di un recupero della coscienza e di ritorno a una percezione del mondo esterno”. In un incongruo clima da stadio, con la curva violenta di stanza a Montecitorio e gli schermi per seguire la “partita” accampati ai piedi di una casa di cura friulana con la scritta azzurra, l’ingresso rosso, le pareti bianche e le bottiglie d’acqua allegoriche, l’Italia manifestò il proprio collasso ben prima dell’epitaffio dell’economia.

Lo scontro istituzionale, le sedute sospese, i proclami impudichi. Le parole di Berlusconi. Un abisso più profondo di qualunque telefonata in questura: “Eluana potrebbe anche avere un figlio”. Bellocchio ha plasmato la materia. L’ha riproposta in Bella addormentata senza filtri (la corsa del palazzo a neutralizzare la magistratura, l’ossessivo metronomo della tv) per come si mostrò. Ha interpolato invenzione (Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher arrabbiata militante ultracattolica, Toni Servillo, suo padre, lontano, in un’altra dimensione) a frammenti di presa diretta (come in Sbatti il mostro in prima pagina, Buongiorno Notte, Vincere. Li ha inseriti in un mare senza confine dove scelte individuali, trascendente e fideismo hanno incontrato l’irriducibile desiderio di conoscenza di un ribelle. L’immanentista Bellocchio ha fatto uno sforzo. Si è messo dalla parte dell’irrazionale. Ha tacitato lo scetticismo dando voce e ruolo a chi spera nell’aldilà per non lasciarsi andare. Ha esplorato altre ottiche. Abbandonando il dilemma divino come in suo film del recente passato: “Se Dio è davvero dappertutto, non sono più libera di essere sola neanche un secondo”, le pressioni del Vaticano e quelle della politica.

In Bella addormentata il Parlamento c’è e sullo sfondo si muove un deputato berlusconiano. Ex socialista, passato nel Pdl. Lacerato tra ordini di scuderia brutali, interessati consigli “presidenziali” e intime convinzioni per poi approdare altrove. Nella sfera dell’inconsolabile assenza già descritta dalle poesie di Tarkovskij nell’Ora di religione: “Non sono bruciate le foglie / non si sono spezzati i rami / Il giorno è terso come cristallo / Eppur questo non basta”. Nella landa di mezzo dove vittime e carnefici si confondono nelle impressioni, la vita indurisce, ci si smarrisce e per ritrovarsi, non basta un’intenzione. Eluana e Beppino Englaro (“Un eroe laico” per Bellocchio) nel film iniziato Lunedì non ci sono. Se non per il ruolo che anche al di là delle loro volontà hanno più o meno consapevolmente “recitato”. Nessun attore a interpretarli. Nessun tentativo di imitazione. Nessuna debole, illusoria finzione. Perché Bella addormentata non è un film su Eluana, e l’impossibile normalità degli Englaro è repertorio d’epoca che nella messa in scena accompagna altre parabole esistenziali con sofferenze simili, coraggi, viltà e qualche punto (ma non sempre, non necessariamente) di contatto. Tre storie minori, tre tunnel non illuminati dalla consolazione, tre affluenti del fiume Trebbia che a Bellocchio scorre dentro da una vita. Anche quando con Rulli e Raimo scriveva per Rai Cinema e Cattleya Bella addormentata, mentre i rumori nell’aria inquinavano la riflessione, Bellocchio cercava la semiotica di un’allucinazione collettiva.

Il linguaggio dei segni. La liturgia smodata. La suggestione ipnotica. La spiritualità senza cupole da trovare dentro di sé. Ora che l’ha intravista, con o senza finanziamenti, proseguirà. Bellocchio ha da tempo abdicato a ogni appartenenza che non si proietti oltre le convenzioni. È pazzo. Eretico. Diverso. Felice di esserlo. I Leoni d’Oro alla carriera e quelli che verranno sono la conseguenza e non la causa di un processo creativo. Così ipotizzare uno suo stanco elogio dell’eutanasia è troppo pigro persino per chi lo detesta senza intuirne la complessità. Monsignor Fisichella ha dubitato dell’operazione: “Mi auguro che il regista non esprima solo una visione unilaterale del problema”. Un auspicio deludente col sospetto del pregiudizio. Sono passati quasi tre anni, ma Eluana è ancora lì. Con Guelfi e Ghibellini, repubblicani e monarchici, fascisti e comunisti. Nella notte italiana senza stupore, alba o prospettive. E il rifiuto della Regione Friuli a contribuire al progetto (150. 000 euro) o il diniego dei consiglieri d’amministrazione de “La quiete” alle riprese nella clinica: “La richiesta riguarda attività del tutto estranee ai fini istituzionali dell’azienda (…)”. Sono solo due facce della stessa luna. Un medioevo immobile e dormiente in cui la discussione muore, i sordi ascoltano magnificamente e chi non si risveglia, fa più paura di chi respira.

Da Il Fatto Quotidiano del 2/2/2012

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