Era ora. Finalmente anche i creativi italiani si svegliano dal torpore di un narcisismo autoreferenziale che dagli anni ’80 almeno impediva loro di stare nella realtà e scoprono che 1) in Italia i loro mestieri, anche quando sono svolti ai più alti livelli di professionismo, sono i più bistrattati di tutti e 2) che in un paese in cui la creatività non interessa più a nessuno, questi mestieri sono diventati sempre più precari. Un conto è essere artisti, per cui fin dall’inizio si mette in preventivo che la ricerca senza compromessi può condurre facilmente a una vita di stenti. Un conto è essere dei creativi, cioè far parte di quella schiera di privilegiati “artisti a pagamento” che prestano la loro opera d’ingegno alla ragion aziendale o all’industria dell’intrattenimento. “Scherziamo? Noi non siamo artisti!”, vi diranno, “noi vogliamo essere pagati!”.

Così, Alfredo Accatino, autore televisivo e sceneggiatore, ha scritto un’appassionata lettera rivolta a tutti coloro che lavorano nella cosiddetta creatività, ossia copy, art, graphic & industrial designer, visualizer, web, comunicatori, ideatori di eventi, ma anche artisti, autori, stilisti, scenografi, light designer, montatori, sceneggiatori, story editor, coreografi, registi, fotografi, progettisti, blogger, compositori, video maker, illustratori, costumisti, direttori artistici, curatori, artigiani di ricerca, traduttori, ghost writer. Accatino cita dati Ue del 2003 secondo cui in Europa l’intero comparto delle professioni legate alla creatività arriva a un fatturato di 654 miliardi di euro, “superiore di oltre il doppio a quello dell’intera industria automobilistica (pari a 271 miliardi). Un comparto, per farci capire, che contribuisce al Pil Ue più di tutte le attività e transizioni immobiliari. E che cresce, ogni 5 anni, mediamente del 12% in più della crescita economica globale. Un comparto che in Italia vale il 2.3% del PIL. Con uno dei maggiori livelli di alta formazione e istruzione e con un numero percentualmente altissimo di under 30”.

Ma intanto i buoi sono già scappati. Evidentemente bisogna arrivare al disastro prima che qualcuno si ribelli come è accaduto in questi giorni in Liguria dopo l’alluvione: palate di fango contro le auto dei politici in visita sui luoghi devastati. Un gesto disperato quanto inutile. Altra cosa fu lo sciopero degli sceneggiatori di Hollywood che nel 2007 bloccò tutta la produzione televisiva e cinematografica americana. O quello del 1988 in cui si fermarono per ben 22 settimane facendo perdere alle major ben 500 milioni di dollari. E lì, dovettero ascoltarli per forza. Forse è ricordando Hollywood che Accatino ha concluso il manifesto osservando che “occorre spostare il livello di percezione/visibilità. Piantarla di fare gli individualisti. Divenire massa critica, movimento di opinione, influencer“. Ovviamente, in rete sono rimbalzati subito messaggi di plauso da parte di tantissimi colleghi creativi. Ma non è un po’ tardi? È dal 1994 che ripeto che la pubblicità sta morendo. E oggi dobbiamo arrivare alle occupazioni dei teatri per accorgerci che stanno morendo anche tanti altri mestieri legati alla creatività?

Parliamo dei pubblicitari. L’ADCI (Art Directors Club Italiano), la più prestigiosa associazione di categoria, dalla sua fondazione a oggi non ha mai fatto nulla per dare riconoscimento e far rispettare il lavoro dei professionisti, né tanto meno far percepire al mercato il valore della buona creatività. Solo con la nuova presidenza di Massimo Guastini si sta tardivamente cercando di porre qualche rimedio. Ma Accatino è brutale: per lui le associazioni di categoria non servono più a niente. Dunque, l’unica alternativa è tra il rimanere qui, unirsi e tentare di costituire un grande gruppo di pressione (ma ci sono due ostacoli: i creativi italiani sono stupidamente individualisti e i loro committenti trovano tutti i modi per risparmiare sfruttando la disperazione di chi è disposto a lavorare quasi gratis pur di lavorare). Oppure cambiare paese, come hanno già fatto Marco Cremona, Carlo Cavallone, o Alasdhair Macgregor Hastie, copywriter scozzese perfettamente italianizzato che, dopo anni di permanenza qui da noi, ha deciso di andarsene perché non c’è più modo di lavorare bene.

Resta ancora da mettersi d’accordo su un termine che dia dignità a tutta la categoria. Personalmente ho qualche difficoltà con la parola “creativo” perché lascia credere che i nostri non siano lavori seri e che anzi ci divertiamo un sacco. Ma forse sono troppo condizionato dal clima italiano: all’estero qualunque lavoro viene rispettato e per questo ha una sua dignità. A parte queste mie ultime e forse inutili considerazioni, quanti risponderanno con proposte concrete, e non soltanto con “Bravo! Era ora!”, alla lettera di Accatino?

(Nella foto: Alfredo Accatino)