E’ la prima volta che un magistrato di Milano fa causa a Silvio Berlusconi per uno dei suoi ripetuti ‘attacchi’ a quelle che ha sempre definito ‘toghe rosse’. E’ stato il procuratore aggiunto Alfredo Robledo a intentare un’azione civile per diffamazione nei confronti del presidente del Consiglio, chiedendogli 500 mila euro a titolo di risarcimento per alcune frasi da lui pronunciate più di cinque anni fa, nell’aprile 2006, all’indirizzo dei pm che indagavano sul caso Mills. E Robledo, ora a capo del pool di contrasto ai reati contro la pubblica amministrazione, era proprio uno dei due sostituti procuratori che coordinavano l’inchiesta. L’altro era Fabio De Pasquale, che ha poi portato avanti il processo sia a carico dell’avvocato inglese che del premier, con la prossima udienza fissata per il 28 novembre.

“E’ assurdo che mentre lavoro giorno e notte ci siano funzionari pubblici che tramano contro il presidente del Consiglio. E’ una infamità per spingere i cittadini a un determinato voto durante la campagna elettorale. Si tratta di magistrati indegni”. Queste furono le parole che Berlusconi usò in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, il 6 aprile 2006, per scagliarsi contro i magistrati del caso Mills. Mancavano pochi giorni alle elezioni politiche. E qualche settimana prima i pm Robledo e De Pasquale avevano chiesto il rinvio a giudizio di Berlusconi, che, secondo l’accusa, avrebbe ‘regalato’ 600 mila dollari all’avvocato d’affari inglese per ‘ringraziarlo’ di aver reso testimonianze reticenti in due vecchi processi. Nel corso di quella conferenza stampa, Berlusconi aveva anche ricordato di aver “ripetutamente” chiesto ai pm di avviare una rogatoria alle Bahamas per accertare la sua estraneità ai fatti, ma che loro non l’avevano fatto. I pm all’epoca spiegarono ai legali di Berlusconi di aver ‘accesò le rogatorie per ben due volte, ma di non aver mai avuto risposta dalle Bahamas. A Palazzo Chigi il premier denunciò anche “l’uso politico della giustizia”. Tema sul quale tornò il giorno dopo ai microfoni della trasmissione Radio Anch’io. Proprio le parole pronunciate nelle conferenza stampa e alla radio sono al centro della causa intentata dall’aggiunto Robledo, pm che, tra le altre cose, ha coordinato l’inchiesta ‘pilotà sulla presunta truffa dei derivati sottoscritti dal Comune di Milano e quella appena chiusa sull’ex ad di Unicredit Alessandro Profumo.

Qualche anno fa era stato il magistrato toscano Alessandro Nencini a chiedere un risarcimento simbolico di 10 mila euro al premier, che aveva definito la magistratura una “metastasi”. I legali di Robledo, invece, gli avvocati Gilberto Vitale e Andrea Manerba, hanno avviato la causa il 15 marzo del 2010 (il pm ha atteso infatti che la Cassazione si pronunciasse su Mills). La seconda udienza si è tenuta ieri davanti al giudice del Tribunale di Brescia, Adriano De Lellis. Brescia è competente infatti sui procedimenti che riguardano i magistrati milanesi.

Gli avvocati del premier ieri hanno sollevato l’eccezione fondata sull’art. 68 della Costituzione: il diritto dei parlamentari (il premier lo è) a non essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse nell’esercizio delle proprie funzioni. Il giudice si è riservato e nei prossimi giorni dovrà decidere se ritenere fondata l’eccezione o investire la Camera della questione. Con un voto i deputati potrebbero decidere che quelle frasi sono ‘copertè dalle prerogative parlamentari e a quel punto il giudice potrebbe anche sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.

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