Giovedì sera i giudici della sezione fallimentare del Tribunale di Milano hanno deciso la sorte dell’ospedale San Raffaele. Non fallimento, come chiesto dalla procura della Repubblica, ma – secondo le indiscrezioni provenienti da palazzo di giustizia – concordato preventivo, come desiderato dall’attuale gestione dell’ospedale fondato da don Luigi Verzè. La procura ha provato fino all’ultimo a convincere i giudici della necessità del fallimento. La mattina del 27 ottobre, i tre pm che indagano sul’ospedale milanese (Luigi Orsi, Laura Pedio, Gaetano Ruta) hanno mandato al presidente della seconda sezione del tribunale civile, Filippo Lamanna, una ulteriore memoria di quattro pagine, che integra quella più consistente inviata il 24 ottobre.

È una replica alla memoria depositata via fax alle ore 19.30 del 26 ottobre, dalla Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor (oggi controllato dallo Ior, la banca del Vaticano, e dall’imprenditore genovese Vittorio Malacalza), che avrebbe dovuto dare spiegazioni al tribunale di alcune discrepanze esistenti tra i numeri presentati nella richiesta di concordato preventivo presentata dalla Fondazione e quelli contenuti nella attestazione sui conti dell’ospedale firmata dai periti Angelo Provasoli e Mario Cattaneo.

Spiegazioni non soddisfacenti, sostiene la memoria della procura che il Fatto Quotidiano ha potuto leggere e che ribadisce la sua richiesta di fallimento: “Le spiegazioni fornite dalla Fondazione in merito ai numeri sui quali si fonderebbe questa proposta concordataria (…) non appare assolutamente idonea a fornire i chiarimenti richiesti e anzi conferma tutti i rilievi fin qui mossi”.

Gli attivi, per esempio, sono 473,6 milioni di euro secondo la Fondazione, 502 per i periti. E tante altre, piccole ma sostanziali, sono le differenze nei numeri. Scrive la procura nella sua memoria: “La spiegazione che viene fornita della discrepanza fra i dati contenuti nel Ricorso (…) e quelli contenuti nell’Attestazione (…) conferma, già essa sola, la mancanza del requisito di veridicità dei dati aziendali; e anzi ha un tono addirittura confessorio di detta circostanza”.

Proseguono i pm: “La Fondazione ammette l’esistenza di creditori ‘non esattamente individuati’ per un non trascurabile importo pari a euro 3,2 milioni che sarebbero presenti nella relazione di Attestazione e non altrimenti riportati nel Ricorso”. Di più: “Non si può fare a meno di osservare (…) un tentativo malizioso di nascondere il fenomeno di distruzione di cassa insito nella proposta”.

I “dati da utilizzare” per la proposta di concordato, scrivono infine i pm, devono essere quelli attestati dai periti. Non si può dunque “scegliere di rappresentare i numeri secondo oscure rielaborazioni effettuate sulla base di grandezze non distintamente censite dall’Attestatore nella propria relazione”.

In conclusione, “si deve del pari osservare che la spiegazione fornita dalla Fondazione per giustificare le differenze” tra le cifre indicate dagli Attestatori e quelle indicate nella proposta di concordato “appare come un ulteriore e irrimediabile vulnus all’attestazione di veridicità dei dati aziendali che a questo punto contemplerebbe la presenza di debiti non esattamente individuati”.

Ora la parola passa però ai giudici del tribunale fallimentare, che dovrebbero rendere nota la loro decisione il 28 ottobre. La procura continuerà in ogni caso la sua inchiesta per false fatturazioni ed, eventualmente, per bancarotta fraudolenta.

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