Il presidente del Cnt di Bengasi, Mustafa Jalil

I ribelli hanno sempre detto: solo quando Gheddafi sarà catturato, la guerra sarà finita e la Libia potrà essere considerata veramente libera. Questo momento è arrivato ieri, più tardi del previsto, otto mesi dopo l’inizio di una rivoluzione popolare e spontanea che ha ispirato il mondo intero ma adesso dovrà dimostrare la sua autenticità. Le sfide del futuro non sono poche nè facili: rispettare e applicare i principi che portarono i libici a ribellarsi lo scorso 17 di febbraio e allo stesso tempo evitare di ripetere gli errori del passato.

Il Consiglio Nazionale Transitorio può finalmente dichiarare la “liberazione” della Libia, così come stabilito, e cominciare la transizione democratica per la quale esiste già una road map: la formazione di un governo provvisorio nei prossimi 30 giorni, l’elezione di un organo che scriverà la nuova costituzione e convocherà elezioni in un periodo di 18 mesi. E poi la democrazia: le autorità di Bengasi hanno assicurato che la Libia sarà un paese libero e rispetterà i diritti umani, ma le promesse sono già state infrante negli scorsi mesi. Amnesty International denunciava lo scorso settembre che i ribelli hanno sequestrato, arrestato, torturato e ammazzato i loro nemici, soprattutto i famigerati mercenari, la maggior parte delle volte semplici lavoratori immigrati di colore. Il Cnt non ha condannato, indagato o punito questi crimini, mantenendo l’impunità che vigeva nell’era di Gheddafi. Molte altre cose non sono cambiate e minacciano di ripetersi in Libia, dove cittadini e governanti non conoscono altri metodi che quelli del Colonnello e il suo regime di 42 anni.

Dalla caduta di Tripoli due mesi fa è cominciata la lotta politica e ideologica per delineare la nuova Libia. I laici e gli islamisti si fanno la guerra all’interno del governo, mentre i battaglioni dei ribelli competono tra di loro. La capitale, Bengasi, Misurata e le montagne di Nafusa: ognuno vuole il suo protagonismo e riconoscimento nel nuovo paese, che non sarà più strutturato sulle rivalità regionali e tribali, dicono i libici, ma di fatto funziona ancora così. La nuova Libia non dovrà essere corruttibile e si pensa indipendente, ma sempre più attori stranieri penetrano nel paese, con l’intenzione di rimanere, e il petrolio continuerà a essere la principale ricchezza, che dovrà essere adesso ridistribuita equamente tra il popolo. Le multinazionali energetiche ritornano con le promesse che tutto sarà come prima, o meglio di prima: un mercato trasparente e libero. I vecchi soci, come l’Italia, sono stati rassicurati, non perderanno il loro posto, ma adesso arrivano nuovi amici, come la Francia e l’Inghilterra che saranno ripagati per il loro impegno militare.

La Nato non ha intenzione di rimanere e i libici non le chiedono di restare, ma esistono comunque timori di una eccessiva presenza e influenza occidentale. La dolorosa esperienza dell’Iraq spaventa, soprattutto la comunità internazionale, che vuole evitare a tutti i costi un’occupazione militare. Ma la principale preoccupazione arriva dall’interno: la possibilità che si crei una situazione in stile iracheno è alta, avverte Peter Boukaert di Human Rights Watch, se i pezzi del vecchio regime saranno emarginati dalla società libica, che soffrirà ancora per molto le ferite di una guerra che è stata comunque civile. Non a caso in Libia ci sono in questo momento 10 volte più armi che quelle che si trovavano in Iraq nel 2003 alla caduta di Saddam Hussein.

di Francesca Cicardi

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre 2011

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