"This must be the place", diretto da Paolo Sorrentino e interpretato da Sean Penn sarà nelle sale dal 14 ottobre

Non fuma, scopa di rado, non crede più a niente. L’ex rock star Cheyenne (Sean Penn, metamorfico) beve caffè nei centri commerciali, infila la pizza nel microonde e a sera, tra creme, rughe e inutili ricchezze, strucca rossetto e cerone dalla maschera del rimpianto. Un tempo cantava, tirava eroina e scriveva “canzonette lugubri per ragazzetti depressi”. Ora vive di silenzi, eremitaggi e sottrazioni in un maniero irlandese. Non ha figli: “Con un esempio simile, la probabilità che nasca una stilista strampalata è troppo alta” e a 50 anni, soffiando sui lunghi capelli, stendendo il rimmel sulle ciglia e giocando a pelota nella piscina vuota, annegare senza orizzonte lontano dalla boa è più di un’ipotesi. Cheyenne è spaventato. Di tutto, di niente e di se stesso. Dei sentimenti, dell’aereo, del palco, della curiosità degli amici: “Non ti ho invitato a cena per darti una cazzo di intervista”. Come confidente ha una giovane fan ferita dalla scomparsa del fratello. La sua Dorian Gray più assennata, il suo specchio. Il matrimonio con Jane (Frances McDormand) ha lasciato posto a un’impudica fratellanza da corridoio liceale: “Me lo dovresti dire quando vedi questi peli neri sul naso, fanno proprio schifo”.

Ecco l’intervista di Fabio Fazio a Paolo Sorrentino andata in onda a “Che tempo che fa” con due estratti del film

Con il padre, ebreo ortodosso scampato ad Auschwitz, anziano e malato, Cheyenne non parla dall’adolescenza. Il vecchio scoprì che si colorava le ciglia. Vizi da “froci”. Porte sbattute e storia chiusa in anticipo. Però, almeno una volta, “bisogna provare a non aver paura”. Per non passare dai buoni propositi ai consuntivi a nero. Per esistere. In The Elephant man di Lynch, lo sfigurato protagonista chiede affetto: “Sono un essere umano anch’io”. Cheyenne prova a restituirlo a modo suo. È un destino, una condanna. Così, quando è già l’ora dei funerali, con il trolley nella destra e l’incoscienza sotto la giacca, traversa l’Oceano e incontra la sua epifania. Inseguire il persecutore nazista del padre tra canyon, cactus e prefabbricati nel nulla, sarà l’eredità da affrontare per riconciliarsi e tornare a essere liberi.

Se la solitudine “è il teatro dei risentimenti”, suggerisce Paolo Sorrentino (leggi l’intervista), la “sublime grazia della vendetta” si esercita meglio nell’autocontrollo. Su una materia complessa, ardita, in cui il rischio del ridicolo tende agguati a ogni curva (“senza pericolo non c’è narrazione possibile” sostiene) il regista costruisce il suo film più bello. Così si gira solo in paradiso e a cavallo tra diario intimo, autobiografia, viaggio e freddure, This must be the place, giustifica l’investimento. Trenta milioni di dollari (Giuliano, Cima, Occhipinti, distribuisce Medusa, dal 14 ottobre, in 300 copie), attori come Penn, Mc Dormand, Hirsch, Eve Hewson (la figlia di Bono Vox) e afrori di Oscar (si saprà a fine gennaio) per ritmare di mistero la lenta atonìa di Cheyenne. Consentendo l’immedesimazione a quel vasto pezzo di mondo che nel rapporto filiale ha trovato un Everest da superare senza protezioni, offrendo ai suoi attori una musica senza partitura che permette a tutti, anche in una sola posa, l’orgoglioso sventolio di una prova da applausi. Basterebbe ma non basta. Sorrentino (complice essenziale Umberto Contarello al copione) va oltre.

Tocca i tabù, scava in profondità, brucia gli schemi e li ribalta. Ti porta sulla strada. Ti fa annusare gli odori. Gli hamburger bruciati nel cuore dell’America predesertica, dove l’acme del sogno è una citazione nel Guinnes dei primati “abbiamo il pistacchio più grande del pianeta qui, sai?”, i motel sono vuoti dodici mesi l’anno e la disperazione, quando pulsa, assorda. Anche per questo, This must be the place è un film straordinario.

Per fattura ed etimologia. È fuori dall’ordine senza compiacimenti. Sublima l’estetica, ma ha una trama plausibile. Si muove tra tragedie e gag da fumetto. Riflessioni serie, rinfacci coniugali e atmosfere care a Woody Allen: “Jane, perché hai permesso che un architetto scrivesse Cuisine nella nostra cucina?”. Sorrentino nutre un celebrato talento, ma al virtuosismo, accompagna da sempre una promessa di futuro. Evolve, batte percorsi sterrati e forse un giorno, con gli occhi tristi, il sigaro nella destra e il sarcasmo nella fondina, imparerà decentemente anche l’inglese. Il suo alter ego letterario, Tony Pagoda, sostiene che la sventura più grave che possa accadere a un uomo sia quella di non ridere più. Se l’umorismo non basta a esistere, aiuta. “Siamo tutti un po’ buffoni” dice Cheyenne senza muovere un muscolo. Fedele al precetto, Sorrentino dissacra le gabbie familiari, il declino di un uomo, di una nazione e di un senso comune senza deragliare.

Era molto complicato. Viva Sorrentino. Che ride spesso, è pigrissimo, introverso e permaloso, ha le basette troppo lunghe, una sincera idiosincrasia per “messaggi” e cravatte, un amore sfacciato per sconfitti, mascalzoni e figli di puttana. Degli altri due lati del pentagono sentimentale, calcio e musica (Sorrentino suonava, anche se parlare di sé è più un supplizio), “This Must be the place” disvela il secondo. Così i Talking Heads danno il titolo al film. Cheyenne potrebbe essere Robert Smith dei Cure, David Byrne dopo fughe da fermo e dinieghi recita se stesso “quando parlano di te, usano una parola enorme: artista” e il rumore di fondo, se si ascolta con attenzione, è un brano da riascoltare. La noia è fuori. Dentro, oltre le ombre lunghe del set, c’è tutto quello che chiamiamo vita.

da Il Fatto Quotidiano del 7 ottobre 2011

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