La sua saga parodistica su “Tony il mafioso” (guarda il video) è stata una delle cause della chiusura di Parla con me. Ed è rimasta negli annali la frase indispettita di Silvio Berlusconi “Mi sono rivisto la videocassetta!”, riferita alla puntata incriminata. Ascanio Celestini, da quel giorno, ha smesso di essere “solo” un attore di teatro con uno straordinario senso “civile” per diventare anche lui un piccolo simbolo della difficoltà di raccontare storie nell’Italia dei bavagli. Adesso torna a teatro con uno spettacolo alla sua maniera. Un monologo (“Pro patria”) che celebra il centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, che è – allo stesso tempo – la storia di un detenuto che diventa terrorista perché in carcere gli fanno leggere solo libri sul Risorgimento. Tutto diventa la storia della Repubblica romana, un manifesto contro la reclusione, un omaggio a Stefano Cucchi, una celebrazione della Costituzione (anzi, del suo antenato) e tante altre cose insieme, perché nella poetica concentrica di Ascanio, una storia contiene sempre un’altra storia. L’attore romano esordisce con due serate all’Auditorium di Roma, e da gennaio porterà lo spettacolo in Italia.

Ti senti responsabile per “Parla con me”?
Sono tanti i motivi per i quali è stato chiuso. E comunque in quella puntata era ospite Zagrebelsky che parlava di regole…

E quindi?
L’impatto insostenibile del tema, unita all’oggettiva difficoltà di pronuncia del cognome hanno turbato Berlusconi più del mio piccolo monologo.

Non sottovalutare cosa voglia dire parlare di “Tony il mafioso” in Rai.
Questo è curioso: parlo di uno, che si chiama Tony e che è presidente di un piccolo paese. Perché lui si dovrebbe sentire chiamato in causa? Eh, eh…

Hai usato la satira per sparare bordate micidiali.
No, io faccio solo il mio mestiere, che è usare il teatro per raccontare delle storie.

Hai messo in scena anche il giorno in cui Tony il mafioso si fece processare!
Una simulazione paradossale e logica. Ho provato a immaginare la sua autodifesa, l’elogio del denaro e della corruzione come idea di governo della società: dalla compravendita dell’informazione, a quella dei corpi e del sesso, a quella delle mani dei bambini che cuciono i palloni.

Cosa pensi di Berlusconi?
Soffro per lui, ogni volta che lo vedo in tv: ricostruito, ciccione e brutto, con questa faccia stravolta e queste sue frequentazioni da galera pericolose.

Non credi più alla politica?
Eccome. Ma non a quella del Palazzo. Un esempio? A Vicenza hanno inaugurato il parco della pace, che è stato voluto dal comitato No dal Molin. Lì ho visto una battaglia civile che ha fatto crescere un movimento di cittadini, e ha prodotto il raggiungimento di obiettivi.

Cosa pensi dei no Tav?
Vai da quelle parti e capisci che quello che ti hanno raccontato di quel movimento non è la realtà. È un movimento di consapevolezza civile in cui tutti sanno tutto di tutto, hanno studiato, parlano dei problemi tecnici concreti, non di astratti furori.

Perché il tuo prigioniero diventa terrorista?
Perché la letteratura del Risorgimento è quella di una classe dirigente di eversori. Che dopo l’Unità d’Italia sono diventati statisti, ma che quello erano, in una indissolubile fusione di romanticismo e patriottismo.

E la Costituzione?
Nel mio monologo il viaggio nel Risorgimento mi porta alla Repubblica romana del 1849 e al suo meraviglioso rapporto con l’idea della libertà.

A cosa ti riferisci?
All’abolizione, per la prima volta nella nostra storia, dell’idea di prigione. Un battaglione di francesi, catturati, vengono mandati liberi con una dichiarazione solenne.

Capisco la tua ammirazione per il gesto, però…
Capisco cosa intendi, ma non è un problema militare. Quando la battaglia militare è già persa, e i fanti stanno espugnando Roma, i triunviri si chiudono a promulgare la Costituzione. Con gli occhi di oggi potrebbe sembrare idealismo senza concretezza. E invece la prima costituzione repubblicana del Risorgimento è il genitore diretto di quella del 1946. I democratici dell’ottocento devono osare l’impossibile perché quelli del Novecento raccolgano i frutti in un altro secolo.

Parliamo della sinistra.
Fatico ad accostare Bersani ai patrioti. Berlinguer aveva un’idea precisa di società e di come voleva trasformarla. Ma oggi? Fanno a gara a chi ti dice meglio la stessa cosa. Mi piace Vendola, come persona.

A Roma hai collaborato con le giunte di centrosinistra.
Ho fatto per tre quattro anni il direttore artistico di un festival di periferia rigorosamente gratuito. Ho lavorato per tre anni, sempre gratis, al recupero dello Spazio teatro Novecento, a Cinecittà, bruciato negli anni cinquanta e adesso destinato a ricovero di un’ambulanza o parcheggio per i vigili della circoscrizione.

Ci sei riuscito?
No. A sinistra gli amministratori hanno questa idea della regalia: ‘Ascanio, ti diano un teatro’. Io volevo restituire un teatro alla periferia.

Un aneddoto?
Un giorno mi chiama un assessore di una circoscrizione che seguiva il progetto di riapertura di un teatro e mi fa: ‘M’è venuta un’idea: ho ‘n’amico che conosce uno dei Pooh’.

E allora?
Aggiunge: ‘Perché nun famo ‘na Scuola de canzone dei Pooh? Co’ quella ce pagamo tutto, e tu te piji quattro serate al mese per fare quello che te pare a te!’.

da Il Fatto Quotidiano del 7 ottobre 2011

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