Giovedì 6 ottobre 2011, data fatidica per moltissimi avvocati e giudici. E’ la data in cui entra in vigore la tanto sbandierata semplificazione dei riti civili, approvata con il decreto legislativo numero 150 e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 21 settembre scorso. Poteva essere una ghiotta occasione, lo spunto per dare un colpo serio al malfunzionamento della giustizia civile, viceversa si presenta come l’ennesima riformetta di piccolo cabotaggio, perdipiù introdotta nelle peggiori condizioni organizzative.

Proviamo a spiegare meglio.

Avevamo già segnalato in un precedente post che l’Italia è il paese che vanta (vantava) un numero spropositato di riti differenti nel processo civile, almeno una trentina. Tutti convinti che fosse il caso di ridurli, il governo ha approvato nello scorso giugno il provvedimento che dava attuazione alla legge delega del 2009. Fin qui, niente da dire. Si dà il caso, però, che la cornice di quella delega fosse piuttosto stretta. Recita infatti testualmente il primo comma dell’articolo 54 della legge citata che «il Governo è delegato ad adottare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione che rientrano nell’ambito della giurisdizione ordinaria e che sono regolati dalla legislazione speciale». Si tratta di una formula quantomeno infelice che, alla resa dei conti, ha tagliato fuori dalla possibilità di essere “semplificati” un altissimo numero di procedimenti, fra i quali vale la pena di citare a scopo di esempio quelli inerenti il diritto di famiglia e dei minori (per un elenco completo, vi rimandiamo al sito che lo ha forse meglio presentato).

Come vedete, la legge delega poneva dei limiti: con questo argomento si giustificano i difensori della riforma, ma lo stesso argomento si può girare al rovescio per dire che, se la delega è stretta, la responsabilità va attribuita al governo che l’ha scritta e votata.

E veniamo agli aspetti organizzativi sui quali, tanto per cambiare, casca l’asino di via Arenula.

Nel tempo intercorso tra l’approvazione del decreto legislativo e l’entrata in vigore, il ministero della giustizia non ha dato agli uffici alcuna indicazione su come gestire la certo non semplice modifica amministrativa. In particolare, non ci sono – ad oggi – circolari né altre comunicazioni ufficiali sulle modifiche da apportare ai registri informatici che, essendo strutturati secondo i criteri di rito, materia e oggetto, andranno presto in tilt quantomeno sul primo di tali criteri: spostando il rito, si “disallinea” infatti l’intero sistema.

Qualcuno ci aveva pensato?

I giudici civili sì, e lo hanno scritto al ministero, alle direzioni preposte, chiedendo quantomeno una proroga dell’entrata in funzione sino alla completa sistemazione tecnico-amministrativa. La riposta? Potete indovinarla da soli. Un dettaglio non sappiamo quanto importante è che la società appaltatrice del sistema informatico della giustizia sarebbe la Datamat, azienda del gruppo Finmeccanica.

Un’ultima considerazione, questa volta sugli effetti collaterali. Le micro riforme di questo governo hanno aperto la via a un nuovo business, l’affare della formazione. Formazione di mediatori, prima; formazione sulla semplificazione dei riti ora. Poi, chissà. Basta dare un’occhiata in rete per accorgersi della infinita quantità di nuove pubblicazioni che ti insegnano tutto o dei corsi che ti formano su tutto. Nel caso in questione, peraltro, di scarsa utilità: i 3 riti a cui tutto (in realtà quasi nulla) si riconduce, già esistono e sono ben noti sia ai magistrati sia agli avvocati. Perciò, non regalate soldi ai soliti venditori di enciclopedie a puntate.

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