“Non è il mio momento”. Così, nel corso di una conferenza stampa trasmessa in diretta televisiva da Trenton, Chris Christie ha annunciato che non si candiderà alle presidenziali 2012. “Per me, la risposta è sempre stata no. Il mio lavoro, qui in New Jersey, è la mia passione”. E’ forte in queste ore la delusione tra i tanti repubblicani che speravano nella discesa in campo del governatore del New Jersey, considerato il candidato ideale per battere Obama. Tirano invece un sospiro di sollievo i democratici, che attraverso una democratica del New Jersey, Barbara Buono, spiegano che “il governatore ha capito che non può candidarsi alla presidenza quando la sua casa non è in ordine” (allusione a deficit e disoccupazione che travagliano lo stato del New Jersey).

In realtà, Casa Bianca e democratici del Congresso hanno nelle scorse settimane particolarmente temuto la possibile candidatura di Christie. 48 anni, da 20 mesi governatore del New Jersey, un temperamento vulcanico e un’oratoria trascinante, Christie sarebbe stato un avversario particolarmente ostico per Barack Obama. Fautore di una politica di tagli drastici allo stato sociale, decisamente pro-business nella sua conduzione degli affari economici, Christie ha opinioni più moderate rispetto ad altri repubblicani in tema di immigrazione, effetto serra, porto d’armi. E’ stata proprio questa miscela di liberismo economico, moderazione, carisma, a spingere molti repubblicani a invocare la sua discesa in campo.

“Alla mia età, non esco la sera. Non mi frega niente delle raccolte fondi. Se stasera sono qui, è perché c’è un motivo importante”, ha detto Henry Kissinger a Christie alcuni giorni fa. L’ormai anziano segretario di stato di Nixon è apparso a un evento di fundraising organizzato dai repubblicani di New York, con Christie come ospite d’onore. L’obiettivo di Kissinger non erano i dollari dei ricchi finanziatori, quanto convincere Christie a candidarsi. Stesso copione, pochi giorni dopo, dall’altra parte d’America. A gran parte del pubblico accorso alla Ronald Reagan Presidential Library, in California, non interessava tanto ascoltare il governatore Christie parlare di “eccezionalismo americano”, quanto chiedergli di entrare finalmente nella corsa per la Casa Bianca (ci ha provato, con l’autorevolezza dell’ex-first lady, Nancy Reagan in persona).

Chris Christie, dopo avere per mesi negato (“Cosa devo fare per convincere la gente che non penso alla Casa Bianca? Mi devo ammazzare?”, aveva detto alcuni mesi fa), ha quindi cominciato a pensare seriamente alla cosa. L’elemento nuovo che ha fatto prendere in seria considerazione una campagna presidenziale per il 2012 è stato anzitutto il crollo nei consensi di Obama. La popolarità in caduta libera del presidente, insieme alla debolezza degli attuali candidati repubblicani, dava infatti più di una chance al governatore del New Jersey. Il quale, come hanno fatto notare molti analisti, ha più carisma di Mitt Romney, è più moderato di Rick Perry e Michelle Bachmann, è più giovane di Ron Paul.

La pausa di riflessione è durata qualche giorno. Poi Christie ha detto no. Nella scelta di non entrare in campo hanno pesato diversi fattori. Le difficoltà nell’organizzare in breve tempo una campagna presidenziale, che richiede milioni di dollari e una struttura di militanti e contatti ampia e funzionante in modo ferreo. La sensazione che i suoi successi (o presunti tali) in New Jersey siano ancora troppo parziali per entrare nella grande politica nazionale. La relativa popolarità di Christie al di fuori del suo stato (un sondaggio di CBS News di sabato scorso spiegava che sei elettori repubblicani su 10 non hanno ancora un’opinione chiara di Christie). Infine, con ogni probabilità, ha contato anche la paura che una improvvisa campagna per la presidenza degli Stati Uniti deve comunicare al candidato più sgamato. “Chi ha voglia di trovarsi alle 5.30 del mattino in un hotel di Des Moines, con 20 gradi sotto zero, e centinaia di mani da stringere in una fabbrica di imballaggio di carni?”, ha detto Christie a un suo collaboratore.

Christie salta dunque questo giro e comincia già da oggi a pensare alle presidenziali 2016. Il suo ritiro fa un immenso piacere agli altri candidati e definisce con ogni probabilità, una volta per tutte, il parco dei candidati del GOP alla Casa Bianca. Lo sfidante repubblicano uscirà, a meno di clamorose sorprese, dalla rosa ora in pista. “In corsa ci sono un sacco di talenti”, spiega Terry Branstad, governatore dell’Iowa. Romney, Perry, Paul, Bachmann, Gingrich, Cain, Huntsman. Ma la sensazione, tra molti degli stessi politici e analisti repubblicani, è che al momento tutti i candidati abbiano uno, o più, punti deboli, e che nessuno possieda davvero la forza, il carisma, le doti politiche e umane per sconfiggere un sia pure indebolito e acciaccato Barack Obama. “E’ ora di stringerci attorno ai nostri e costringerli a precisare i loro programmi”, spiega un altro governatore repubblicano, Scott Walker del Wisconsin, per porre fine allo spleen politico che pare la cifra politica più forte dei repubblicani in questi giorni.

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