Protesta contro il presidente siriano Bashar Assad del 30 settembre

Da Doha, in Qatar, dove partecipava a una conferenza del Brookings Institute, Ali Sadreddin al Bayanuni, leader del ramo siriano dei Fratelli musulmani, lancia assicurazioni per il futuro del Paese. L’organizzazione, dice, «non vuole imporre il proprio punto di vista né all’opposizione né al popolo siriano. I Fratelli musulmani sono a favore della costruzione in Siria di uno Stato civile, democratico e moderno». È un’apertura importante, quella di Bayanuni, che toglie acqua a uno degli argomenti usati finora dal traballante regime del presidente siriano Bashar Assad, secondo cui, se dovesse cadere il governo, il paese finirebbe in mano agli islamisti, bestia nera del partito Ba’ath da quando nel 1982 il padre di Bashar, Hafez, usò l’esercito per sedare nel sangue la rivolta di Hama, al prezzo di almeno 20 mila morti.

Le dichiarazioni di Bayanuni sono anche il primo tangibile effetto della costituita unità tra le diverse anime dell’opposizione siriana. Domenica a Istanbul, infatti, è stato ufficialmente creato il Consiglio nazionale siriano (Cns), un cartello di tutti i gruppi dell’opposizione, il cui obiettivo esplicito è rovesciare il regime di Assad – ancora in sella dopo quasi nove mesi di proteste di piazza e di una sanguinosa repressione. Gli ultimi dati semi-ufficiali, quelli della Commissione diritti umani dell’Onu, parlano di almeno 2700 morti ma sono fermi al mese di marzo, e non è difficile supporre che ormai anche la soglia delle tremila vittime sia stata superata.

A guidare il Consiglio nazionale siriano è stato indicato Burhan Ghalioun, professore della Sorbona di Parigi, che qualche settimana fa era già stato nominato leader del Consiglio nazionale di transizione, di cui il nuovo Cns rappresenta un allargamento. «Il Consiglio è aperto a tutti i siriani – ha detto Ghalioun nel suo discorso di investitura – E’ un gruppo indipendente che rappresenta l’unità del popolo siriano nella sua ricerca della libertà». «Il Consiglio lavora per mobilitare tutte le categorie sociali in Siria – ha aggiunto ancora Ghalioun – per dare tutto il necessario appoggio alla rivoluzione, affinché vada avanti e realizzi le aspirazioni del nostro popolo, rovesciando il regime, i suoi simboli, la sua guida».

E se da Doha, Bayanuni riconosce che il «Consiglio rappresenta l’80 per cento dell’opposizione siriana», compresi gli stessi Fratelli musulmani e le minoranze kurde e assire, in Siria, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Osdh), ci sono già manifestazioni di appoggio a quello che vuole caratterizzarsi come un embrione di nuovo governo di transizione. Nel fine settimana, mentre i tank del regime riprendevano a cannonate il controllo di Rastam, nel centro del paese, cortei contro Assad si sono svolti a Qadam, un quartiere di Damasco, così come nelle altre città della geografia rivoluzionaria siriana, da Homs a Deraa, da Deir Ezzor ad Hama e Idlib. Alcuni video comparsi sulla pagina Facebook «Syrian revolution 2011» mostrano dei cartelli di manifestanti che dicono che il Cns è il legittimo rappresentante del popolo siriano.

L’unità delle opposizioni è un segnale doppio. Serve all’esterno, verso la Turchia (non a caso disposta a ospitare l’incontro), verso gli Usa e l’Europa, così come verso la Russia, finora molto timida nella condanna del regime, e la Lega Araba, appena più decisa ad avere un ruolo nella transizione siriana. Serve però soprattutto verso l’opinione pubblica siriana, quella fetta di popolo che ancora non ha deciso da che parte stare, soprattutto per paura del futuro e dell’instabilità che potrebbe seguire alla caduta del regime.

La scorsa settimana, all’Onu, i paesi europei hanno archiviato il testo della bozza di risoluzione con cui speravano di ottenere da Russia e Cina il via libera a nuove e più stringenti sanzioni contro il regime, nonché un esplicito «invito» internazionale rivolto ad Assad a lasciare il potere. La nascita del Cns e le aperture dei Fratelli musulmani potrebbero spingere finalmente Mosca e Pechino a cambiare posizione – com’è successo per la Libia – togliendo di fatto ad Assad gli ultimi puntelli a cui rimanere appeso.

di Joseph Zarlingo

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