Si è aperto con la musica dell’inno nazionale siriano e con una breve preghiera per le oltre 1.500 vittime della repressione il vertice dell’opposizione siriana in esilio, sabato a Istanbul. Un vertice analogo doveva essere tenuto a Damasco, proprio mentre oltre 350 persone partecipavano – secondo gli organizzatori – al summit di Istanbul. Il vertice di Damasco, però, è stato annullato all’ultimo momento a causa del forte controllo poliziesco sulla capitale siriana dopo le proteste di venerdì, tra le più consistenti dall’inizio della mobilitazione contro il presidente Bashar al-Assad.

Secondo l’opposizione, al vertice di Damasco avrebbero dovuto partecipare circa 45 persone, per discutere della costituzione di un governo ombra, sul modello del Consiglio Nazionale di Transizione libico. Dal summit di Istanbul, invece, i dissidenti hanno di nuovo chiesto le dimissioni del presidente Assad, discutendo su come avviare una fase che porti alla transizione pacifica del potere in Siria. Secondo Haitham al-Maleh, un avvocato che guida il comitato preparatorio alla Conferenza di salvezza nazionale, il governo ombra dovrà essere costituito da soli tecnici e personalità indipendenti. I dissidenti siriani sostengono che dall’inizio della rivolta contro il regime di Assad, almeno 15mila persone sono state arrestate dalle forze di sicurezza siriane. Le proteste, tuttavia, non solo non diminuiscono, ma crescono di intensità, dopo oltre quattro mesi di lotta.

Dal vertice di Istanbul sono state chieste le dimissioni di Assad, ma, secondo quanto scrive la Reuters, è stata lanciata anche l’idea di una campagna di disobbedienza civile. “Noi vogliamo intensificare l’azione di questo confronto pacifico con la disobbedienza civile – ha detto Wael al Hafez, uno dei partecipanti alla conferenza di Istanbul – sono favorevole a qualsiasi cosa che unisca il popolo siriano e aiuti la nostra gente, all’interno del Paese, a raccogliere le file dell’opposizione nel confronto con questo regime illegittimo e repressivo, che ha usurpato il potere, violando i diritti umani”.

E l’ultimo sanguinoso capitolo della repressione è stato scritto nell’ennesimo venerdì di protesta contro il regime. Era stato chiamato “Il giorno per la libertà dei prigionieri”, per chiedere appunto la liberazione delle migliaia di persone arrestate negli ultimi mesi. Le manifestazioni. Secondo l’Organizzazione nazionale dei diritti umani, una delle voci dell’opposizione siriana, venerdì ci sono stati in tutto il Paese almeno 41 morti. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro un corteo di 20mila persone nei sobborghi di Damasco, uccidendone almeno 27. Altri morti ci sono stati a Homs, Idlib, nel nord del Paese, e Daraa, nel sud, una delle città da dove le proteste anti regime sono iniziate. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale siriana Sana, invece, i morti sono stati 12 e sono stati causati da gruppi armati che “hanno sparato sui fedeli riuniti per le preghiere del venerdì”. La repressione è andata avanti anche sabato, con almeno tre vittime nella città di Albu Kamal, vicino al confine iracheno.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, più di un milione di persone hanno partecipato alle manifestazioni di venerdì, ma è una cifra che sembra esagerata e che comunque non può essere verificata in alcun modo perché il governo siriano non ammette giornalisti stranieri dall’inizio delle proteste.

Sabato, il segretario di stato statunitense Hillary Clinton è tornata a ripetere quanto aveva già detto alcuni giorni fa: “Quello che sta avvenendo in Siria è molto incerto e molto preoccupante, perché molti di noi avevano sperato che il presidente Assad potesse attuare le riforme necessarie – ha detto Clinton, in Turchia per la riunione del Gruppo di contatto sulla Libia –. La brutalità deve fermarsi. Deve esserci un sincero sforzo con l’opposizione per rendere effettivi i cambiamenti richiesti”. Non sembra però che il governo siriano abbia più la lucidità per cogliere la tenue opportunità che la diplomazia internazionale sta ancora concedendo e che di sicuro non durerà per molto.

di Joseph Zarlingo