Il traguardo simbolico dei primi sei mesi di protesta anti-regime è stato passato ieri, in Siria. È un traguardo amaro: i morti causati da sei mesi di repressione durissima sono almeno 2600, stando alle ultime cifre fornite dall’Onu pochi giorni fa nella riunione del Comitato per i diritti umani, a Ginevra. I feriti, un numero imprecisato, ma nell’ordine delle decine di migliaia, e migliaia, forse diecimila, forse anche di più, sono le persone arrestate nelle retate delle forze di sicurezza del governo guidato dal presidente Bashar Assad. Non si sa quante siano le vittime nelle prigioni dove torture ed esecuzioni sommarie, secondo Amnesty International, sono molto comuni.

Nonostante questi numeri drammatici, la protesta in Siria non si ferma. Ancora una volta, come ogni venerdì da marzo, l’uscita dalla preghiera settimanale nelle moschee è stata l’occasione per cortei spontanei e manifestazioni contro il governo. Almeno 18 persone sono state uccise oggi, 29esimo venerdì di protesta, in diverse città del paese, nomi ormai familiari nella geografia della rivolta: Homs, Hama, Jabal al-Zawiya. Le forze di sicurezza sono intervenute anche in alcuni sobborghi della capitale Damasco, a Daraa, nel sud del paese, una delle città epicentro delle manifestazioni antigovernative.

La sensazione è che si stia avvicinando un momento di svolta nel braccio di ferro tra Assad e i movimenti di opposizione. Nei giorni scorsi la Lega Araba è tornata a chiedere la fine della repressione. Ieri è stato il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon a criticare duramente il regime: «Dal momento che non ha mantenuto le sue promesse – ha detto Ki-Moon riferendosi ad Assad – quando è troppo è troppo e la comunità internazionale dovrebbe effettivamente parlare con una voce sola». L’allusione è alle divisioni nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove Russia e Cina si oppongono da settimane a una risoluzione proposta da Usa, Francia e Gran Bretagna per invocare sanzioni internazionali più dure contro il regime e affermare la piena condanna per la repressione. La divisione del Consiglio di sicurezza sta offrendo ad Assad uno spazio di manovra politico che però per il momento viene riempito solo con i carri armati.

Gli oppositori però cercano di organizzarsi. Ieri a Istanbul si è conclusa dopo quattro giorni di lavori la riunione da cui è nato un consiglio di transizione, composto da 140 membri che rappresentano tanto gli esuli che vivono all’estero quanto i giovani che stanno animando le proteste in Siria, quanto i dissidenti storici rimasti nel paese arabo. Il Consiglio nazionale siriano, secondo quanto uno dei membri ha detto all’emittente panaraba Al Jazeera, punta a rovesciare Assad nel giro di sei mesi, formare un governo provvisorio subito dopo e avviare la transizione verso un governo democratico eletto dal popolo.

Il programma, ambizioso soprattutto per i tempi previsti, rimane per il momento sulla carta. L’ostacolo più duro è di certo ottenere che Assad lasci il potere. Tuttavia, essere riusciti a superare – almeno in vista dell’obiettivo comune – profonde divisioni e incomprensioni interne, rappresenta per l’opposizione siriana un primo importante passo. Tanto più che, secondo la Bbc, alla riunione di Istanbul e nel Consiglio stesso, sono rappresentate tutte le componenti della società siriana incluse le minoranze, come gli alauiti (a cui appartiene Assad) che finora più che alle possibili opportunità offerte dalla transizione hanno pensato di più al rischio che il dopo-regime diventi una dittatura sunnita.

Non secondario è il luogo del meeting. La Turchia, un tempo ottima alleata della Siria, ha scelto con convinzione di appoggiare le rivolte della Primavera araba. Mentre i dissidenti siriani si riunivano a Istanbul, il premier turco Recep Tayyip Erdogan era in Egitto per incontrare il governo provvisorio e oggi, all’inizio del settimo mese di manifestazioni anti-Assad, è in Libia per colloqui con il Consiglio nazionale di transizione. Un messaggio chiarissimo anche per Damasco.

di Joseph Zarlingo