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Caso Favata, Paolo Berlusconi pensa al patteggiamento su intercettazioni trafugate

La linea difenisva del fratello del premier sembra segnata. E così se a Roma i berluscones brigano per assicurare a B. l'impunità, a Milano si mette il silenziatore a un'indagine che potrebbe creare non pochi imbarazzi al Cavaliere
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Paolo Berlusconi alla festa del Milan

Il governo accelera sul bavaglio. Raccoglie la proposta del deputato Maurizio Bianconi e rilancia: le intercettazioni non saranno più fonte di prova e potranno essere utilizzate solo a scopo investigativo. E dunque, blindatura assoluta. Niente pubblicazione sulle informative della polizia giudiziaria. E così nemmeno a pensarci a scriverle sui giornali. Ma, come sempre, il cortocircuito attende dietro l’angolo. E se a Roma i berluscones brigano per assicurare l’impunità a Silvio Berlusconi, a Milano il fratello Paolo pensa seriamente a patteggiare la pena per l’inchiesta sul caso Favata e la famosa intercettazione Fassino-Consorte (“Abbiamo una banca”), agli atti dell’indagine sulla scalata a Bnl da parte di Unipol.

I difensori di Paolo Berlusconi, a quanto scrive l’Ansa, nei giorni scorsi hanno preso contatti con la procura. I contatti, rivelano fonti legali vicine all’inchiesta, sarebbero avvenuti in vista dell’udienza preliminare che si aprirà il prossimo 8 aprile davanti al gup Stefania Donadeo. Naturalmente, il patteggiamento non è di per sé un’ammissione di colpevolezza. Ma certo la storia suona antipatica. Perché se da un lato, il governo vuole vietare la pubblicazione dei brogliacci, dall’altro c’è una vicenda che racconta di come le intercettazioni siano state utilizzate, in maniera fraudolenta, sul Giornale della famiglia Berlusconi.

Le indagini della procura di Milano sono state chiuse il 25 ottobre scorso. E oltre a Paolo Berlusconi, sono tre le persone indagate. Tra queste l’ex titolare della Research Control System, Roberto Raffaelli e l’imprenditore Fabrizio Favata. In particolare, Paolo Berlusconi, come si legge nell’avviso di conclusioni indagini firmato dal pm Maurizio Romanelli, è indagato non solo per ricettazione e millantato credito ma anche per concorso in rivelazione e utilizzazione del segreto d’ufficio, in ”qualità” di editore del quotidiano il Giornale che il 31 dicembre 2005 pubblicò la conversazione intercettata tra Fassino e Consorte nonostante fosse coperta ancora da segreto istruttorio. Di più: secondo la ricostruzione dei pm, la rivelazione del segreto, sarebbe avvenuta in favore di ”Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio in carica”. Per alcuni mesi anche il premier è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di ricettazione e concorso in rivelazione di segreto d’ufficio. Il 16 dicembre, però la procura, ne chiede l’archiviazione. Non solo. Nell’avviso di conclusione delle indagini il premier risulta parte lesa per il tentativo di estorsione messo in atto dall’imprenditore Fabrizio Favata, che ”mediante contatti telefonici e personali con l’avvocato Niccolò Ghedini”’ e con un collaboratore del suo studio, aveva minacciato ”di denunciare all’Autorità Giudiziaria” o ”di riferire a testate giornalistiche” la vicenda del “passaggio di mano” del nastro, in cambio di denaro.

Il patteggiamento ventilato da Berlusconi apre anche ulteriori scenari. Questa scelta processuale, infatti, ha l’oggettivo vantaggio di metter la parola fine a un procedimento che se andasse per le vie ordinarie potrebbe imbarazzare e non poco il Cavaliere.

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