Un homeless che per ripararsi dal freddo si introduce in un’abitazione privata non commette reato. Lo ha deciso la Cassazione con un verdetto che dimostra vicinanza agli “ultimi“. La Suprema corte ha infatti annullato una condanna a tre mesi e dieci giorni di reclusione emessa dalla dalla Corte di Appello di Brescia  a un “soggetto senza fissa dimora”. Si tratta di uno straniero proveniente dall’est Europa – Ion T. di 36 anni – condannato in secondo grado nel giugno 2015 dopo essere finito sotto processo, e non era la prima volta, per essersi introdotto nell’abitazione di Luca G., a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia, la sera del 24 novembre 2014 per ripararsi “dai rigori dell’inverno”.

Nel ricorso agli ermellini, la difesa dell’homeless ha chiesto che fossero tenute in considerazione “le particolari condizioni di emarginazione in cui era maturato il reato” e “l’esigenza di Ion T., soggetto senza fissa dimora, di reperimento di un alloggio notturno“. Secondo i giudici della Cassazione, “le particolari condizioni dell’imputato, quali le particolari circostanze di miseria e di emarginazione, e la considerazione dei motivi a delinquere attinenti al reperimento di un alloggio notturno, escludenti una spiccata capacità a delinquere ed una maggiore gravità soggettiva, giustificano ampiamente, ad avviso del collegio, la valutazione di particolare tenuità del fatto”, con “conseguente annullamento senza rinvio, della sentenza impugnata”.

Applicando la legge che ha “depenalizzato” i reati di scarso allarme sociale – come appunto la violazione di domicilio – la Suprema Corte ha quindi annullato la condanna dell’homeless. Molto più severa, invece, la posizione della procura generale della Cassazione, che aveva chiesto di dichiarare “inammissibile” il ricorso di Ion T. E invece gli ermellini hanno deciso in modo opposto: chi è in condizioni di emarginazione o miseria non può dormire all’addiaccio.