Donald Trump torna all’attacco dei media “disonesti” e produttori di “fake news“. Questa volta l’obiettivo è minimizzare le polemiche che hanno suscitato le sue frasi dopo i fatti del 12 agosto scorso a Charlottesville, quando dopo le violenze durante una marcia di suprematisti bianchi costate la vita ad un’attivista 32enne, il presidente degli Stati Uniti aveva usato parole morbide nel condannare l’accaduto, parlando genericamente di “odio, bigotteria e violenza da molte parti. Ma ora Trump usa uno dei suoi cavalli di battaglia per difendere quelle dichiarazioni. “Ho condannato i neonazisti, i suprematisti bianchi e il Ku Klux Klan, ma i media non lo hanno riportato”, dice, citando a più riprese il New York Times, il Washington Post, la Cnn.

“Se volete scoprire la fonte delle divisioni nel nostro paese non guardate che ai media che danno fake news”, ha aggiunto. Quindi ha garantito ai suoi sostenitori: “I media possono attaccare me, ma pongo il limite quando attaccano voi”. “A proposito – ha continuato – stanno tentando di portarci via la nostra storia e la nostra cultura, lo vedete”. Il presidente dimentica le sue parole pronunciate solo dopo 48 ore di polemiche piovute da ogni parte, quando con un primo dietrofront aveva definito “ripugnanti” il Ku Klux Klan, i neo-nazisti e i suprematisti bianchi. E dimentica anche la retromarcia del giorno successivo: “Anche ‘l’alt-left’ (la sinistra estremista) condivide la responsabilità per la violenza a a Charlottesville, ma nessuno vuole dirlo”.

Nel suo comizio lungo un’ora e 16 minuti a Phoenix, in Arizona, Trump compie quindi l’ennesimo dietrofront. Da una parte ribadisce la condanna agli estremisti di destra, dall’altra attacca ancora chi cerca di “portarci via la nostra storia”, legittimando di fatto la protesta di Charlottesville, organizzata proprio contro l’abbattimento della statua del generale pro schiavitù, Robert Lee. E’ stato uno dei discorsi più lunghi pronunciati dal presidente dopo le sue elezioni, concluso promettendo al suo popolo “il futuro appartiene a noi”. Trump a Phoenix ha voluto esserci nonostante le tensioni e l’invito esplicito del sindaco della città dell’Arizona, il democratico Greg Stranton, a rinviare l’evento nel timore di proteste e di scontri.

I manifestanti sono infatti arrivati, a migliaia secondo alcune stime. Hanno attraversato la città per fare da ‘controcanto’ ai sostenitori di Trump in fila per entrare al Convention Center ad ascoltare il presidente. I momenti di tensione e i tafferugli dopo il comizio hanno costretto la polizia a intervenire usando lacrimogeni per disperdere la folla. Lo ha riferto la Cnn, parlando di un lancio di bottiglie da parte dei dimostranti. Non è chiaro al momento se vi siano stati contatti o scontri tra i due gruppi.