Ballarò, cuore antico di Palermo. Mercato da oltre 1000 anni, ferite di guerra e meraviglie Unesco. Nelle vie dai nomi arabi puoi sentirti a Tunisi o Lagos. Oppure immaginare i vicoli della Palermo dei beati paoli. Perché Ballarò è Palermo e Palermo è tutto questo, ed è qui, tra questi vicoli e queste strade, che bisogna cercare il miracolo e l’anomalia. Qui dove il migrante non fa paura e dove si misura e si tocca con mano un modello completamente diverso di accoglienza e di integrazione, un modello vincente e in controtendenza con il resto del Paese.

In queste strade si è registrata la disfatta completa della paura che alimenta i consensi elettorali della Lega e dei fautori dello scontro di civiltà. Negli stessi seggi elettorali ospitati in scuole in cui colori e lingue si mescolano, nelle aule dove il figlio del migrante e quello del professionista siedono nello stesso banco.

Più di ogni altra cosa è qui che bisogna ricercare la differenza tra la vittoria di Leoluca Orlando e quanto avviene nelle altre città del Paese.

Dove altri sindaci, anche autoproclamatisi progressisti, parlano di sicurezza e telecamere cercando di arginare paure e angosce, e di fatto alimentandole, qui il sindaco va al porto ad accogliere le migliaia di migranti sopravvissuti alla rotta mortale del Mediterraneo. Dove altri sindaci delegano sicurezza e gestione a questure e prefetture, qui il sindaco imposta nel discorso dell’accoglienza e dell’apertura un pilastro della sua narrazione. E vince proprio nei quartieri in cui questa narrazione si fa concreta pratica grazie ad uno sforzo che vede protagonisti reti sociali, volontariato laico e confessionale. Nella città della Carta di Palermo, un documento che parla di diritto alla mobilità e cittadinanza piena, la scommessa più grande era resistere alle pulsioni securitarie. Declinare l’accoglienza e l’integrazione come elementi centrali per la sicurezza, il vivere insieme come antidoto ad ogni forma di violenza. Questa è la grande scommessa che a Palermo si sta vincendo, prima nelle vie, nelle scuole, nei luoghi di socialità e dopo nelle urne.

Un ribaltamento del discorso, oramai imperante, basato su migranti-ordine pubblico-sicurezza. Sarebbe esperienza da studiare e analizzare, in una città dove la santa alleanza Meloni-Salvini si ferma al 2% nonostante, o forse grazie, ad una campagna prefabbricata giocata su insulti al sindaco che parla di città europea, mediorientale, mediterranea e culminata con un crescendo di insulti volgari. La stessa campagna che in altre città ha portato frutti e che a Palermo si è trasformata in una Waterloo.

Un rapido sguardo ai dati elettorali è il modo migliore per capire la portata di questo ribaltamento. A Ballarò e in tutto il centro storico. Dalla via Ponticello con le insegne in tre lingue (italiano, arabo, ebraico) alla piazza che ospita una moschea, dai palazzi ristrutturati dalla buona borghesia cittadina in via Alloro ai vicoli dove ancora visibili sono le ferite delle bombe americane e del – più devastante – sacco edilizio della città. Ovunque la paura non trova spazio nelle urne, ovunque pare passare forte il messaggio di una città consapevole della strada intrapresa e della propria anomalia.

Una ricetta che Palermo ha nel suo dna antico e che oggi appare quanto di più moderno si possa trovare in Italia. Una risposta che andrebbe conosciuta ben oltre i confini cittadini e che anticipa un possibile modello.

Di questo sarebbe opportuno parlare, ma siamo – forse – troppo distratti dalla beffa dell’ex Iena candidato di Salvini-Meloni e della sua docu-fiction elettorale. Ottimo argomento per conversazioni da inizio estate e succulento piatto per gossip politico. Ma se riuscissimo a non fermarci alle risatine e alle ire del duo sovranista scorgeremmo molto altro. Peccato se ne siano accorti per primi i reali d’Olanda, che proprio a Ballarò sono venuti a guardare questo miracolo contemporaneo, rispetto a molte redazioni nazionali. Perché in una città impaurita e divisa il virus della xenofobia trova il suo naturale terreno di coltura alimentando, a sua volta, zone grigie dove la violenza e il fanatismo trovano facilmente seguaci. Palermo da questa paura sembra essere libera. Sono le comunità presenti in città che isolano fanatici e facinorosi. Ed è la comunità nel suo insieme che, parimenti, isola razzisti e untori condannandoli ad una insignificanza sociale e, quindi, elettorale. E una città libera dalla paura è una città che si apre al mondo, segnando una strada originale per l’Europa.