“Il mondo è cambiato, e chi non comprende che il mondo è cambiato rimane chiuso nella sua scatola”. Dette da uno qualsiasi sono frasi fatte di un candidato qualunque che ha evidentemente una grande consapevolezza di sé. Solo che queste parole le ha pronunciate Leoluca Orlando, rieletto sindaco di Palermo per la quinta volta in trentadue anni. Dalla prima elezione sono passati quattro decenni, tre Repubbliche, sei capi di Stato, quattordici presidenti del consiglio. Quando il professore entrava a Palazzo delle Aquile per la prima volta – solo per fare un esempio – Michail Gorbacev veniva nominato segretario del Pcus, il Verona di Osvaldo Bagnoli vinceva lo scudetto, Michael Jackson incideva We are the world e in Giappone usciva per la prima volta un videogioco, destinato a far parlare di sé: Supermario.

Orlando post quinta vittoria

Le elezioni Orlandocentriche  – Insomma ha ragione Orlando: il mondo è cambiato, ma Palermo no. O meglio:  il capoluogo di Sicilia è praticamente irriconoscibile rispetto al 1985, ma il sindaco è sempre lui, l’eterno Orlando, evidentemente immune al tempo e unico fautore di qualsiasi cambiamento possibile. Anche perché la sua vittoria numero cinque non era certo inattesa: al contrario era stata ampiamente anticipata dai sondaggi e raggiunta anche grazie a quella legge bizantina che in Sicilia ha abbassato al 40% la soglia per evitare il ballottaggio. Per la verità l’intera campagna elettorale delle amministrative palermitane è stata praticamente orlandocentrica. Basta dare uno sguardo sempre ai dati della vigilia: tra i candidati in lizza per le comunali, il sindaco era il più criticato (non piaceva al 54% degli intervistati), ma anche il più apprezzato, con il 45% dei consensi. Insomma: mezza Palermo odia Orlando, ma l’altra metà lo ha sostenuto senza se e senza ma rieleggendolo al primo turno.

L’arte di annacarsi Numeri a parte, però, per spiegare il contesto di questa quinta rielezione bisogna forse andare a rileggersi un libro di Roberto Alajmo, scrittore e giornalista che il sindaco ha installato al vertice del teatro Biondo stabile cittadino. Quel libro si chiama L’arte di annacarsi e parla genericamente della Sicilia. Annacarsi è un verbo della lingua siciliana, un verbo insidioso perché è difficile da tradurre in italiano. Sarebbe cullare, o meglio cullarsi, ma non è proprio la stessa cosa. L’arte di annacarsi prevede muoversi al massimo per spostarsi il minimo. “Pur restando immobile, l’Isola si muove. Non è uno di quei posti dove si va a cercare la conferma delle proprie conoscenze. È invece un teatro dove le cose succedono da un momento all’altro. È un susseguirsi di scatti prolungati, pause per rifiatare e ancora fughe in avanti“, scrive Alajmo.

Dopo il ritorno da sindaco nel 2012

Il grillino prima dei grillini – Sembra di vederla quella Palermo in cui sono passati tutti – Fenici, Saraceni, Normanni – ma che dà sempre l’impressione di rimanere immobile, scolpita dallo scirocco e impermeabile a qualsiasi cambiamento. Un’impressione, quella dell’immobilità, che non è mai svanita neanche con l’arrivo del professore. Eppure negli ultimi trent’anni Palermo non solo è cambiata: continua a trasformarsi continuamente. Non sempre – e non per tutti – si è trattato di cambiamenti positivi ma nell’ultimo lustro sono state varate tre nuove linee di tram collegate con le periferie, una grande zona a traffico limitato nel centro storico, isole pedonali che hanno ridato decoro alla città. “Io credo nella famiglia e nei diritti inviolabili degli omosessuali, nell’accoglienza dei migranti che sono nostri fratelli e nel fatto che acqua e rifiuti debbano essere gestiti dal pubblico: chi non ci sta può pure andarsene”, ripete urbi et orbi Orlando, mettendo in mostra il suo primo talento: incarnare la figura di uomo nuovo con idee nuove nonostante sia in campo praticamente da tutta la vita, rappresentare il prototipo del candidato grillino sin dai tempi in cui Beppe Grillo faceva ancora le battute sui socialisti in televisione, fare il riformista di sinistra da prima – molto prima  – che il più grande partito riformista di sinistra – cioè il Pd – venisse fondato. Già il Pd: gli odiati ex comunisti ed ex diessini che alla fine finiscono sempre a farsi stritolare dal gioco orlandiano.

Con Veltroni alla Camera nel 2008

La coalizione No Logo – La sera della rielezione l’appena riconfermato sindaco di Palermo è riuscito addirittura a litigare con l’inviata di Enrico Mentana, negandole l’intervista in diretta. Il motivo? In studio l’avevano definito “il candidato del Pd“. Non sia mai: Orlando non è il candidato di nessuno, e quando gli chiedono commenti sul fronte nazionale risponde: “Il mio partito è Palermo, del resto non mi interessa”. Poco importa se in realtà l’Orlando del 2017 il Pd lo ha accolto ben volentieri nella sua coalizione previo diktat: “Volete appoggiare la mia rielezione? Riponente nel cassetto il vostro simbolo”. L’ultima magia del sindaco illusionista, infatti, è proprio questa: varare quella che qualcuno ha ribattezzato la “coalizione matrioska“. Il gioco è semplice: basta smontare la gigantesca effige del sindaco palermitano e dentro trovi i Democratici e popolari, lista civica che già nel simbolo rappresenta la fusione perfetta del Pd e di Alternativa Popolare, i due partiti di governo freschi di rissa a colpi di offese e retroscena. Sviti la bambola più piccola di Democratici e popolari e dentro ci trovi i dem di Matteo Renzi e Davide Faraone. Smonti anche quella e spuntano Angelino Alfano e i suoi. E poi gli uomini dell’ex ministro Totò Cardinale, ma anche quelli di Carlo Vizzini, alcuni ex consiglieri di Forza Italia divenuti renziani ed altri ex sostenitori dell’odiatissimo Diego Cammarata, gli ex comunisti di Rifondazione e i post di Sinistra Italiana: tutti fulminati sulla via di Orlando e oggi uniti nella grande alleanza No Logo costruita dal sindaco.

Rutelli a Palermo nel 2000

Avversari deboli e delfini decapitati – “È sorprendente che il più grande partito italiano rinunci alla sua identità e al suo simbolo per allearsi con Leoluca Orlando. Che senso ha? L’ultima volta che il Pd è stato con Orlando è sparito dalla scena politica palermitana: era il ’90 e prese il 2 o il 3%, andate a controllare”, ricordava maligno Totò Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia condannato in via definitiva per favoreggiamento alla mafia. “Diciamolo chiaramente: quella di centrodestra è una coalizione guidata da un condannato per mafia”, era la secca replica del sindaco, che in fondo deve la sua quinta vittoria anche alla sostanziale assenza di avversari reali. Il Movimento 5 Stelle aveva scelto di puntare su Ugo Forello, vincitore delle comunarie e candidato con un curriculum da “giovane Orlando”: avvocato, fondatore dell’associazione antiracket Addiopizzo, incarna l’immagine di grillino moderato e istituzionale. Le faide interne ai 5 Stelle palermitani, con il gruppo di Riccardo Nuti che lo ha praticamente boicottato, ne hanno però azzoppato la corsa. Partiva male, anzi malissimo la candidatura di Fabrizio Ferrandelli : nel 2007 era stato eletto consigliere dell’Italia dei Valori e veniva dipinto come il pupillo di Orlando, dieci anni dopo si è trasformato nell’acerrimo nemico del primo cittadino. La spaccatura si era consumata già all’ultimo giro, con Ferrandelli che aveva disubbidito al capo candidandosi alle primarie contro Rita Borsellino e diventando quindi il candidato sindaco del centrosinistra. Asfaltato da Orlando già nel 2012 Ferrandelli si è quindi ricandidato, abbandonando il  Pd e incassando il sostegno dai nemici di sempre: Forza Italia di Gianfranco Micciché, Cantiere Popolare di Saverio Romano e lo stesso Cuffaro. Una giravolta completa che ha praticamente azzerato la sua credibilità, garantendogli comunque un buon 30% di voti. “Che ci fa questo qui da quell’altra parte?”, si sono chiesti più volte nel Pd, prima di sfogare  facili ironie sull’ex compagno sconfitto (memorabile la battuta di Fausto Raciti, il segretario regionale dem che ha definito Ferrandelli il “Micron di Palermo”).

Orlando 1994

Il Sinnacollanno senza eredi – Il problema, infatti, non è tanto che a Palermo il partito che governa il Paese è costretto a camuffarsi dentro una lista fasulla per entrare in consiglio comunale. Il problema è che molti ex giovani di centrosinistra o hanno lasciato la politica o sono passati dall’altra parte: con Ferrandelli, per esempio, c’era anche Rosi Pennino (una vita nel Ds con l’ex marito Davide Faraone), mentre è nota la “provenienza rossa” di molti grillini siciliani. Nel frattempo all’orizzonte non si vede alcun erede del primo cittadino, fino a oggi capace di azzerare i partiti e decapitare delfini senza perdere un solo voto. “Ci aspettano cinque anni per fare emergere nuovi protagonisti e scegliere il sindaco della Palermo 2022”, dice il professore, rivendicando in pratica il diritto a incoronarselo da solo il successore. E soltanto nel 2022, alla fine del suo quinto mandato, quando avrà compiuto 75 anni. Per allora Alajmo avrà forse prodotto una versione aggiornata dell’Arte di annacarsi. Magari un saggio completamente nuovo che ci spieghi come è stato possibile che a Palermo la parola “sindaco” e il cognome “Orlando” si siano praticamente fuse: nei quartieri popolari e nei mercati storici della città lo chiamano semplicemente Sinnacollannotutto attaccato. Come dire: l’unico in grado di tenere insieme le varie anime della capitale di Sicilia è soltanto lui, l’eterno sindaco, sintesi moderna di un viceré borbonico e un califfo saraceno. Un principe di Salina che cita Kierkegaard con la Palermo dei salotti buoni, ma arringa in dialetto il ventre molle della città. E che modifica il suo aspetto come Palermo continua a cambiare lentamente il suo volto: il nerissimo ciuffo del Sinnacollando degli esordi si va via via ingrigendo, le occhiaie degli albori si sono trasformate in borse perpetue che ne segnano lo sguardo. “Io ho ancora entusiasmo e l’entusiasmo è il miglior gerovital“, dichiara però il pentasindaco di Palermo. Resta solo da capire cosa ci sarà dopo. Ammesso che un dopo sia ipotizzabile, nella città che tra i tempi verbali della sua lingua non prevede l’uso del futuro.

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