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“Pena contraria al senso di umanità”. Il caso del carcere di Sollicciano arriva alla Consulta. Antigone: “Falso che quadro sia mutato”

Per l'avvocatura dello Stato "le condizioni sono cambiate". Di opposto parere Antigone. La Consulta dovrà decidere se sia possibile sospendere l'esecuzione della pena
“Pena contraria al senso di umanità”. Il caso del carcere di Sollicciano arriva alla Consulta. Antigone: “Falso che quadro sia mutato”
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Si è svolta oggi l’udienza pubblica davanti ai giudici costituzionali per il caso del carcere di Sollicciano. Il Tribunale di sorveglianza di Firenze aveva, infatti, deciso di rinviare alla Corte Costituzionale a seguito del ricorso di un detenuto che aveva denunciato non solo le “condizioni degradanti” della struttura carceraria, ma anche la successiva “inadempienza” dell’amministrazione penitenziaria rispetto alle richieste di intervento avanzate nei mesi precedenti.

Tutto era cominciato il 4 novembre, con una richiesta di arresti domiciliari, motivata dalle condizioni degradanti del carcere di Sollicciano, avanzata da un detenuto condannato a 22 anni di reclusione. La misura alternativa non era stata concessa, ma il giudice aveva disposto che, in un termine di 80 giorni, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria – dunque il ministero della Giustizia – intervenisse per risolvere le criticità sollevate dal ricorrente – come per esempio infiltrazioni d’acqua nelle celle, assenza di acqua calda e presenza di infestazioni di insetti, roditori e parassiti. La scadenza, tuttavia, non era stata rispettata: salvo piccoli interventi tampone, il termine indicato dall’amministrazione penitenziaria per lavori che potessero portare a una risoluzione strutturale dei problemi era stato individuato in quattro anni.

Il Tribunale di sorveglianza fiorentino, allora, aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale relativa all’articolo 147 c.p. e 47-ter comma 1 della legge sull’ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevedevano la possibilità di un’esecuzione differita della pena quando essa dovesse svolgersi in condizioni contrarie al senso di umanità. Ciò sarebbe stato, infatti, contrario al principio inviolabile della dignità della persona, stabilito all’articolo 3 della Costituzione e presupposto dell’articolo 27. In altre parole, si chiedeva alla Corte Costituzionale se fosse possibile, nel caso in cui la pena fosse stata da eseguire in condizioni disumane e degradanti, procedere alla sospensione dell’esecuzione.

Oggi la questione è arrivata davanti ai giudici costituzionali. Nicola Muncibì, uno degli avvocati del detenuto ricorrente, in Aula ha sostenuto che “le pene non possono consistere in un trattamento contrario al senso di umanità“, poiché questo è un “limite immediato al potere punitivo dello Stato”. Al contrario, per l’avvocato dello Stato Salvatore Faraci, a seguito del sequestro preventivo della struttura che ha comportato lo sgombero di tutti i bracci penitenziari, sono adesso inutilizzate tutte le celle detentive in cui erano state rilevate le criticità che avevano portato al primo ricorso davanti al Tribunale di sorveglianza. Per questo motivo, a detta del giurista, “il quadro è mutato“.

Tuttavia, secondo Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, oggi presente in udienza alla Consulta, la situazione non è assolutamente cambiata, anzi: “La scorsa settimana siamo tornati a Sollicciano e i detenuti presenti nelle sezioni non chiuse erano ancora tra le cimici e l’acqua per terra. Dunque, nulla, proprio nulla è stato fatto. Per questo a nostro avviso sono del tutto inaccettabili le osservazioni dell’avvocatura intervenuta stamani a nome del governo”.

C’è grande attesa per la decisione della Consulta: potrebbe diventare una sentenza spartiacque che potrebbe arrivare a incidere sulle condizioni di reclusione di migliaia di detenuti. Ricordiamo che in Italia le persone recluse sono oltre 60.000 e che la percentuale di sovraffollamento medio delle carceri del Paese è del 139%.

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