Un decreto legge da varare entro fine giugno. Contenuto: il rinvio di tre o quattro mesi degli aumenti dell’Iva da circa 15 miliardi previsti dalle clausole di salvaguardia inserite nell’ultima legge di Bilancio. E’ questa, secondo La Stampa e Repubblica, la strada che Pd e Forza Italia stanno studiando per rendere praticabile l’ipotesi del voto anticipato in autunno, che rischia di far scattare l’esercizio provvisorio. I mercati infatti sono preoccupati dall’idea che l’Italia vada al voto proprio nelle settimane in cui dovrà essere varata la prossima manovra finanziaria: non a caso lunedì, in scia all‘intesa di massima tra i maggiori partiti sulla legge elettorale, la Borsa di Milano ha perso il 2% e il differenziale di rendimento (spread) tra Btp e Bund è salito in dieci punti, tornando ai massimi dall’inizio del mese.

Calendario alla mano, in base alla legge le Camere vanno sciolte tra i 45 e i 70 giorni prima delle elezioni, e quindi tra metà giugno e luglio se si vota a settembre, tra agosto e settembre in caso si andasse alle urne a ottobre. Così, scrive il quotidiano torinese, l’idea è quella di anticipare alla seconda metà di giugno parte della finanziaria. O meglio: rinviare il problema di qualche mese. In modo da consentire che dopo le eventuali urne si formi la nuova maggioranza che dovrà approvare la legge in cui saranno dettagliati gli interventi (tasse o tagli) necessari per trovare coperture alternative rispetto ai 14,6 miliardi di introiti previsti dagli aumenti Iva. Che in totale ne valgono, per il 2018, circa 19,5, ma dalla manovrina di primavera è atteso un effetto positivo sui conti pubblici pari, l’anno prossimo, a circa 3,8 miliardi. Cifra che l’esecutivo intende usare per iniziare a sterilizzarle.

Il decreto legge, che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dovrebbe “concordare con Bruxelles”, sposterebbe in avanti, a marzo o aprile, la scadenza delle clausole che prevedono l’aumento dell’aliquota ordinaria dal 22 al 25% e di quella agevolata per i beni di largo consumo dal 10 all’11,5% (era il 13%, ma la manovrina dispone che l’1,5% sia spalmato sugli anni successivi). Una mossa del genere, però, non tranquilizzerebbe affatto i mercati, per i quali le clausole sono una garanzia della tenuta dei conti. Per questo il secondo step dovrebbe essere la ricerca di un accordo tra Pd e Forza Italia sui punti principali della legge di Bilancio, da lasciare in eredità al nuovo governo per evitare che si concretizzi lo spettro dell’esercizio provvisorio. Vale a dire l’applicazione di quanto previsto per il 2018 dalla finanziaria precedente.