Questa volta la pena è congrua e i soldi sono a un passo dal rientrare in Italia. Adriano Riva ha patteggiato due anni e sei mesi con rinuncia alla prescrizione per bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori. Si chiude così il suo capitolo giudiziario nell’inchiesta sul versante finanziario della vicenda Ilva di Taranto. Da un lato c’è l’applicazione della pena concordata con la Procura di Milano e approvata dal gup Chiara Valori; dall’altro sono arrivate le firme sui documenti per l’accettazione della rinuncia a poco più di 1,3 miliardi di euro, cifra sequestrata in Svizzera dai pm milanesi e ora a un passo dall’essere disponibile per bonificare l’area del siderurgico, il cui destino dovrebbe essere deciso dai commissari straordinari nelle prossime settimane.

La prima istanza di patteggiamento di Adriano Riva, fratello del patron del gruppo morto nel 2014, presentata a febbraio assieme ai nipoti Fabio e Nicola, era stata bocciata dal gip Maria Vicidomini perché le pene e il ristoro finanziario erano stati ritenuti incongrui. Dopo il no del primo giudice, la procura aveva chiuso le indagini e ora davanti al gup la sua posizione è stata definita, mentre quella di Fabio e Nicola Riva verrà discussa il 6 luglio. La parte portante della vicenda è però già definita. Il patrimonio della famiglia è infatti ormai a un passo dal rientro in Italia, dopo l’intesa trovata tra i Riva, le loro società e i commissari. Le acciaierie di Taranto avranno a disposizione circa 1,1 miliardi di euro depredati tra il 1996 e il 2006 dalle casse aziendali e sequestrati nell’ambito dell’indagine sul crac del gruppo che serviranno alla bonifica dell’impianto, mentre altri 230 milioni sosterranno la gestione corrente dell’Ilva.

Un accordo tombale tra la società commissariata e i Riva, poiché la transazione prevede che l’Ilva “rinunci a qualunque pretesa nei confronti degli esponenti della famiglia Riva e delle società a loro riconducibili, ponendo fine al vasto contenzioso in essere nell’ambito di una transazione di carattere generale che comprende reciproche rinunce”, tra le quali altre cause civili che erano state avanzate contro la famiglia per un totale di circa 2,5 miliardi. Perché l’accordo diventi operativo, restano alcune passaggi tecnici e l’ok del Tribunale federale di Losanna che deciderà entro il 31 maggio. La pronuncia della corte svizzera, necessaria perché materialmente il ‘tesoro’ è custodito in un conto Ubs a Zurigo, è ritenuto un passaggio formale poiché la decisione era stata più volte rimandate per due motivi.

Il primo è da ricondurre all’ok della Royal Court di Jersey, dove hanno sede il trust che controlla il conto. Il secondo è legato al fatto che i giudici svizzeri, in quel caso di Bellinzona, si erano opposti nel 2015 chiarendo che “senza giudizio penale” si sarebbe trattato di “un’espropriazione”. Una motivazione ora venuta meno con il patteggiamento accettato dal gup che ha valutato la congruità dell’accordo tra l’imputato e i pm in maniera opposta rispetto a quanto fatto a febbraio dal gip che aveva parlato di un “accordo omnicomprensivo” che raggruppava “in maniera generica una molteplicità di reciproche rinunce” e rischiava quindi di “tradursi in una sostanziale e totalizzante abdicazione” delle parti in causa “alla tutela di molteplici e variegati interessi che richiederebbero altre forme di salvaguardia”.

Adesso, quindi, gli acquirenti avranno in pancia i soldi per l’ambientalizzazione dell’acciaieria tarantina. Una sicurezza non da poco per gli investimenti che i futuri proprietari dovranno affrontare per il rilancio dell’Ilva. Nelle prossime settimane arriverà l’aggiudicazione definitiva ad Am Investco Italy, che fa capo al colosso ArcelorMittal e gruppo Marcegaglia ed è sostenuta da Intesa SanPaolo, o alla cordata AcciaItalia composta dagli indiani di Jindal, Delfin di Del Vecchio, Cassa depositi e prestiti e Arvedi. Il 12 maggio i commissari hanno chiesto la proroga della validità delle offerte al giugno 2018, ma AcciaItalia ha detto ‘no’ e quindi il termine perentorio per la scelta resta il 30 giugno.

In compenso entrambi i pretendenti hanno accettato gli altri impegni richiesti dai commissari: mantenere l’offerta invariata in termini economici e quindi garantire gli investimenti già indicati e non modificare il piano, e quindi il perimetro dell’azienda, anche in presenza di eventuali prescrizioni dell’Antitrust Ue. Che lo scorso 10 aprile aveva inviato ai commissari una lettera per ammonire sulle “regole della procedura per gli aiuti di Stato” e “i rischi correlati ai due offerenti”, tra cui anche “quelli di natura regolatoria che potrebbero rendere la vendita difficile da completare, a fortiori, se questa venisse completata in tempi brevi”. Infatti ArcelorMittal in Europa è tra le aziende leader e rischierebbe di sforare il 40% delle quote di mercato. Un fatto che potrebbe costringerla a “cedere delle attività” in altri Paesi.