Il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha aperto un’inchiesta penale contro Uber per aver utilizzato un software, Greyball, per aggirare le leggi di alcune città. Lo riferisce il Washington Post spiegando che il software avrebbe permesso al servizio taxi privato di identificare gli utenti, impedendo alle autorità locali di accedere all’applicazione. In questo modo Uber avrebbe continuato ad operare in città in cui non aveva la licenza per svolgere il servizio. Sull’azienda di Travis Kalanick era già stata aperta un’indagine civile, a cui segue ora l’inchiesta penale.

Intanto venerdì 5 in Italia si tiene l’udienza per il ricorso chiesto da Uber contro la sentenza emessa dal Tribunale civile di Roma, che aveva accertato una “condotta di concorrenza sleale” di Uber, vietando alla società “di porre in essere il servizio di trasporto pubblico non di linea con l’uso della app Uber Black”. Giovedì un presidio di duecento tassisti era sceso in piazza per protestare contro la decisione dell’Antitrust di appoggiare il ricorso di Uber, lanciando uova e dollari finti contro la sede dell’autorità. Walter Drovetto, responsabile Ugl Taxi, oggi ha commentato: “E’ sconcertante che l’Antitrust abbia speso soldi pubblici per difendere chi in tutto il mondo è stato giudicato illegale e che non paga le tasse in questo Paese”. Insieme ai tassisti, che avevano presentato il ricorso iniziale, sono presenti al procedimento anche le società di noleggio con conducente: “La guerra non è tra taxi e Ncc – ha dichiarato Massimo Chiamparino dell’Anar – ma tra chi vuole rispettare le regole e chi vuole la giungla”.