Era il 4 gennaio dello scorso anno quando l’allora ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi firmò il decreto che dava il via alla cessione dell’Ilva a un anno dall’ammissione del siderurgico all’amministrazione straordinaria. La fine dei giochi, come riportato nel testo della legge approvata un mese prima, veniva fissata al 30 giugno 2016. Quasi un anno e mezzo dopo l’annuncio dell’avvio della procedura di vendita, c’è di nuovo un termine che slitta nella scelta della cordata che acquisirà gli asset del gruppo siderurgico. L’ultimo rinvio sposta la fine dell’istruttoria dei commissari straordinari almeno a metà maggio e “l’attribuzione da parte del Mise è prevista entro la fine del mese”, come riporta l’Ansa che cita una fonte vicina al dossier. Mentre si intrecciano altre questioni attorno alla cessione: Taranto si appresta ad andare al voto a giugno e l’assegnazione rischia di piombare nella campagna elettorale; il 4 maggio, a causa dello sciopero degli avvocati, potrebbe saltare l’udienza preliminare del processo in cui i Riva cercheranno un nuovo patteggiamento dopo la bocciatura da parte del gip della prima richiesta; uno dei tre commissari, Enrico Laghi, è stato nominato anche nel terzetto che dovrà salvare Alitalia, partita in cui gioca (da azionista e creditrice) anche Intesa San Paolo, coinvolta nell’acquisizione dell’Ilva e una delle prime banche creditrici del siderurgico.

Nel frattempo, si è perso il conto dei posticipi. La più importante acciaieria italiana è commissariata dal 2013 e da allora ha bruciato oltre 3 miliardi di euro. Ma quando la Guidi avviò “l’esecuzione del programma di cessione dei complessi aziendali” nel gennaio 2016, i giochi sembravano ormai fatti. Invece, dopo un primo rinvio dal 23 al 30 maggio dello scorso anno, a pochi giorni dalla chiusura delle operazioni, arrivò il primo importante rallentamento con la proroga del termine per la presentazione delle offerte vincolanti al 23 giugno 2016. Uno slittamento che ne conteneva un altro implicito, poiché lasciava appena una settimana per la scelta definitiva dell’acquirente. Puntuale, il nuovo allungamento dei tempi venne certificato proprio il 30 maggio, quando il Consiglio dei ministri approvò un decreto legge che fissata al 30 giugno il termine per la presentazione delle buste e, soprattutto, interveniva sulle norme che regolavano il procedimento di gara allungando – e di molto – i tempi. Una mossa, spiegava Palazzo Chigi, necessaria per “evitare l’aggiudicazione di un offerente senza prima avere vagliato la qualità dei diversi piani ambientali”. Si decise, insomma, di far studiare per quattro mesi a un pool di tecnici le offerte sotto il profilo ambientale con l’ausilio di un “perito indipendente”. I termini fissati nella vicenda Ilva sono spesso stati non perentori, definiti quasi sempre “linee guida”. Alla fine, la vera deadline per la presentazione delle offerte è stata il 6 marzo 2017, dopo i nuovi rinvii datati 8 febbraio e 3 marzo.

E le cordate in campo sono due. Da una parte, c’è Am Investco Italy, composta dal gruppo franco-indiano ArcelorMittal e dal gruppo Marcegaglia che può contare sull’aiuto di Banca Intesa, tra le prime creditrici dell’Ilva. Dall’altra, ecco Acciaitalia con la capogruppo indiana Jindal che corre assieme a Cassa Depositi e Prestiti, alla finanziaria Delfin di Leonardo Del Vecchio e al gruppo cremonese Arvedi. Cinque mesi fa, il commissario Laghi – che gestisce il siderurgico dal 2015 assieme a Gnudi e Carrubba – disse che il trasferimento dell’asset al vincitore sarebbe avvenuto entro settembre-ottobre di quest’anno. Il rispetto di quella data non è al momento in discussione, ma i tempi per l’assegnazione si sono già allungati. La chiusura dell’istruttoria era prevista a un mese dall’apertura delle buste, quindi il 6 aprile. “Non si trattava di un termine perentorio, ma di una linea guida”, affermò una fonte all’Ansa. Adesso di mesi ne sono passati due, ma non ci saranno novità prima del 15 maggio. Nel frattempo, dal tribunale di Milano potrebbero essere giunte delle novità sulla richiesta di patteggiamento dei Riva che “comprende” anche il rientro del tesoretto di oltre un miliardo, destinato al risanamento ambientale dello stabilimento. La prima richiesta venne bocciata a febbraio dal gip. Si tratta di un tassello importante, al di là delle dichiarazioni dei due gruppi in corsa per l’acquisizione, perché balla un miliardo di euro. Per l’arrivo di quei soldi all’Ilva, si attendono novità anche dal Tribunale di Losanna e dall’isola di Jersey, dove ha sede il trust che controlla gli 1,3 miliardi dei Riva custoditi in Svizzera: la Royal Court del paradiso off-shore dovrà infatti decidere sullo svincolo del denaro e poi il tribunale elvetico si pronuncerà sul rientro in Italia.

Un mese importante, con i sindacati alla finestra: “Ogni spostamento in avanti rischia di far precipitare l’Ilva. Siamo tutti in attesa, mentre qualcuno sta portando avanti la gestione dell’acciaieria con disinvoltura. Bisogna accelerare l’aggiudicazione”, dice a ilfattoquotidiano.it Rosario Rappa, segretario nazionale della Fiom-Cgil. Le sigle attendono anche una convocazione da parte di Palazzo Chigi: “A fine febbraio, il governo si era impegnato a riceverci per aggiornarci sulle risultanze dell’istruttoria entro aprile, ma nonostante diverse sollecitazioni, al momento non abbiamo ricevuto alcuna convocazione. Non pensino che si possano limitare a comunicarci chi ha vinto – aggiunge Rappa – Devono illustrarci preventivamente, come ci avevano garantito, quali sono le proposte in campo. Per noi non sono secondari i livelli occupazionali e la qualità degli investimenti previsti a Taranto”.