Dopo la doccia fredda dello stop al rientro in Italia degli 1,2 miliardi sequestrati ai Riva, il governo Renzi tenta di accelerare sulla vendita dell’Ilva a una cordata di imprenditori privati. Il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi ha infatti firmato il decreto che autorizza “l’esecuzione del programma di cessione dei complessi aziendali” del siderurgico predisposto dai tre commissari Piero Gnudi, Corrado Carruba ed Enrico Laghi, che “avrà una durata fino a 4 anni”, e “l’avvio delle procedure per il trasferimento delle aziende che fanno capo alle società del gruppo Ilva ora in amministrazione straordinaria”. Martedì sarà pubblicato il bando per le manifestazioni di interesse. La data ultima per chiudere i giochi, come previsto dal decreto del 4 dicembre, è il 30 giugno 2016.

Nel frattempo però su Roma pende la spada di Damocle della procedura di infrazione Ue per aiuti di Statoa causa del prestito ponte da 300 milioni concesso a dicembre che va ad aggiungersi agli 800 milioni già messi sul piatto dalla legge di Stabilità. E si profila di nuovo l’ipotesi del provvidenziale intervento di Cassa depositi e prestiti, pronta secondo Repubblica a rilevare il 40% del gruppo mentre i privati si limiterebbero a prendere in affitto la parte “sana”. Nei giorni scorsi la Guidi ha ventilato l’idea che possa scendere in campo una “cordata italiana”, ma non è esclusa la partecipazione degli indiani di Arcelor Mittal. I quali però, come ha rivelato Il Fatto Quotidiano il 28 dicembre, pretendono una “immunità totale” per l’azienda e il suo management: non solo la già prevista garanzia di non punibilità per tutte le azioni messe in atto sulla base del piano ambientale, ma una licenza più ampia su tutti gli aspetti della gestione.

L’intervento di Cdp rappresenterebbe un ulteriore paracadute che, sempre secondo il quotidiano di Largo Fochetti, potrebbe consentire di dribblare i rilievi della Commissione Ue visto che la Cassa è ufficialmente fuori dal perimetro dei conti pubblici. In teoria l’aggiudicatario della gara dovrà comunque restituire i 300 milioni di euro di prestito ponte statale “maggiorati degli interessi” a tassi di mercato.