L’ex premier Matteo Renzi non ne vuol sapere. E il Documento di economia e finanza varato la settimana scorsa dal governo Gentiloni, seguendo la sua linea, dice esplicitamente che le clausole di salvaguardia, cioè gli aumenti automatici dell’Iva e delle accise, nei prossimi tre anni saranno “disattivate“. Eppure il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che il Def l’ha ovviamente firmato, non sembra per nulla convinto che trovare oltre 19 miliardi per disinnescare il ritocco all’insù delle aliquote sia la ricetta giusta. Anzi. Intervistato da Il Messaggero, il titolare del Tesoro ammette infatti che lo scambio tra più Iva e meno tasse sul lavoro, caldeggiato dall’Ocse (di cui Padoan è stato capo economista), è “un’opzione sostenuta da buone ragioni”.

“Si tratta di una ricetta classica e siccome io sono anche un tecnico ricordo che nelle scelte politiche non si possono ignorare gli aspetti tecnici, e viceversa”, spiega poi facendo un chiaro riferimento alle sollecitazioni tutte politiche dell’ala renziana del Pd, contraria a nuove privatizzazioni ma anche a qualsiasi aggravio fiscale. Con il risultato tra l’altro che la manovra correttiva da 3,4 miliardi imposta dalla Commissione Ue e approvata in consiglio dei ministri martedì scorso “salvo intese” è tutt’ora in fase di preparazione perché mancano coperture. Il testo del decreto, che nel frattempo si sta gonfiando a dismisura, stando a indiscrezioni sarà pubblicato non prima di metà settimana.

La sostanza, comunque, è che secondo Padoan far salire le aliquote Iva rispettivamente dal 10 al 13% e dal 22 al 25%, come prevedono le clausole contenute nell’ultima legge di Bilancio, non è un’eresia a patto che si tratti di uno “scambio”. Cioè che con quel gettito si finanzi una riduzione delle tasse che gravano sulle buste paga, il cosiddetto cuneo fiscale. Solo pochi giorni fa l’Ocse ha calcolato che la Penisola è al terzo posto – in una classifica che comprende 35 Paesi – per il cuneo che pesa sulle famiglie monoreddito con due figli: per loro la differenza tra costo pagato dal datore di lavoro e busta paga netta è del 38,6%. Va ancora peggio ai single, soggetti a un cuneo del 47,8%, il quinto più alto tra quelli che si registrano nei 35 Stati aderenti all’organizzazione parigina. Siamo poi al quarto posto (con il 38,6% di cuneo) per tassazione sulle coppie che hanno un unico figlio.

Una situazione che comprime i consumi e la crescita: di qui il ragionamento di Padoan, che nota come lo scambio Iva-cuneo sia “una forma di svalutazione interna che beneficia le imprese esportatrici, che sono anche le più competitive“. Insomma, “non tutte le tasse sono uguali, hanno sulla crescita un effetto diverso”. E il dibattito in materia “si compone di due parti: uno, alzarle o abbassarle, e la risposta è abbassarle. La seconda, su cui mi pare si discuta poco, è quali tasse ritoccare”. Restando in tema, il ministro conferma che la finanziaria autunnale pescherà risorse anche dalla più volte rimandata revisione delle agevolazioni fiscali, le cosiddette tax expenditure, che negli anni si sono moltiplicate e secondo la Corte dei Conti determinano una perdita di gettito di 313 miliardi l’anno.

Tra di esse “ci sono anche sconti molto settoriali” e bisognerà “discutere il più serenamente possibile” quali tagliare, anticipa Padoan. Il quale nega che l’opposizione di un pezzo di maggioranza abbia determinato un freno sul fronte delle privatizzazioni per ridurre il debito pubblico: il Def prevede introiti per 5 miliardi l’anno contro gli 8 miliardi stimati (e mai raggiunti) fino al 2016: “La scelta è dettata da un atteggiamento più prudenziale sui numeri e da una valutazione tecnica sulla situazione dei mercati”. Resta in campo l’idea di coinvolgere Cassa depositi e prestiti a cui “il Mef potrebbe cedere le sue partecipazioni pur mantenendo il pieno controllo sulla gestione delle partecipate” mentre Cdp “potrebbe effettuare una gestione attiva di questo portafoglio”.