Monta di ora in ora la protesta contro quello che in Venezuela non si può che definire un regime: due morti nelle ultime ore, uno a Valencia e una a Caracas. La polizia sembra accentuare la repressione: alcune fonti parlano non solo di gas lacrimogeni e manganelli ma anche spari ad altezza d’uomo.

La penuria di generi alimentari e la rabbia per la recrudescenza delle violenze poliziesche ha portato in strada migliaia di cittadini, riuniti in un corteo presieduto da Julio Borges, capo dell’assemblea nazionale del Venezuela, che è sfilato all’alba di fronte alla sede del Comando Generale della Guardia Nazionale Bolivariana (GNB) per chiedere il rispetto della Costituzione ed elezioni immediate.

Nei tumulti di ieri ci sono stati oltre 200 feriti. Oggi, la giornata è iniziata con la concentrazione di migliaia di oppositori nella piazza Briòn de Chacaito a Caracas: il corteo si è diretto lungo l’autostrada Francisco Fajardo. Secondo la denuncia di Juan Mejìa e Alfredo Romero della Ong Foro Penal, la polizia ha respinto i manifestanti con lacrimogeni lanciati dagli elicotteri. Sta di fatto che una donna di 87 anni che stava assistendo alle manifestazioni dal terrazzo di casa sua è stata raggiunta da una di queste bombe ed è morta per asfissia. Mentre un bambino di pochi mesi ha riportato, secondo le cronache, un principio di asfissia. A Valencia, secondo Ansa Latina, un giovane studente è stato raggiunto da un proiettile al collo sparato dalla polizia, ed è morto all’istante.

Focolai di rivolta sono registrati lungo tutto il Paese. Quasi un centinaio le persone ancora detenute, a cui è vietato di incontrare legali e familiari. Al di là dei diritti costituzionali violati e della censura sui giornali indipendenti, la disperazione della gente è ora concentrata dalla penuria di cibo e di medicinali degli ospedali: a gennaio il governo di Maduro ha vietato l’entrata nel Paese di un carico di farmaci proveniente dalla Farnesina, a cui è seguita un’interrogazione parlamentare di Casini.

Secondo alcune denunce che ho raccolto personalmente, come in tempi di guerra, la borsa nera sta facendo grandi affari e generi di prima necessità, introvabili nei supermarket, sono venduti illegalmente a peso d’oro. Va aggiunto che la politica incentrata sulla produzione petrolifera spesso a scapito dell’agricoltura, tranne ovviamente la solita canna da zucchero, ha provocato penuria di raccolti, accentuatasi sotto l’ultimo governo. Con il crollo del prezzo del crudo, la crisi era inevitabile così come la mostruosa inflazione che ne è derivata: il bolivar, la moneta nazionale, è arrivata a livelli tali che non è una forzatura paventare un percorso simile alla svalutazione del marco prima della Seconda guerra mondiale.

Le violenze delle forze dell’ordine mostrano la debolezza di un regime che mostra i suoi colpi di coda, in assenza di un programma di riforme reale che preveda, ad esempio, l’ammorbidimento dei prezzi governativi alle derrate alimentari, che generano le serrate dei distributori e la gioia degli speculatori. La garanzia di un processo democratico, che comunque Chàvez non aveva negato, deve essere ristabilita portando a libere elezioni, anche se questo dovesse significare la fine politica di Maduro, dimostratosi un erede mediocre.

Ipotesi in realtà auspicabile, se si vuole salvare quello che di buono il socialismo bolivariano ha prodotto prima della morte del suo leader storico.