Erano stati indagati per diffamazione nell’ambito del procedimento avviato a fine 2015 da Tiziana Cantone, la 31enne di Mugnano di Napoli suicidatasi nel settembre scorso dopo la diffusione on-line di video hot che la ritraevano. Ma ora il gip di Napoli Tommaso Perrella ha disposto l’archiviazione per tutte le cinque persone coinvolte, anche se il magistrato ha chiesto un supplemento di indagine alla Procura per verificare eventuali responsabilità del legale rappresentante di Facebook Italia. Una sentenza che arriva a quasi un mese dalla decisione del gip di Napoli Pietro Carola, che ha rigettato la richiesta di giudizio immediato per Sergio Di Palo, ex fidanzato di Tiziana Cantone. L’uomo è anche accusato di accesso abusivo a dati informatici, perché avrebbe chiesto a un consulente di accedere ai dati del telefono della ragazza per cancellarne una parte. “Sono molto amareggiata per l’archiviazione disposta dal gip a carico dei cinque ragazzi cui mia figlia aveva inviato i video da lei girati”, ha detto Teresa Giglio, che attacca la procura. “Se mia figlia è morta la colpa è dei magistrati che non hanno fatto il loro dovere“.

La denuncia di Tiziana Cantone – L’indagine era partita dopo che Tiziana aveva querelato quattro persone per diffamazione, perché aveva costatato che i video hot – che lei stessa gli aveva inviato via Whatsapp – erano finiti su siti porno cui era possibile accedere tramite social come Facebook. Dopo il suo interrogatorio la procura partenopea aveva aperto un fascicolo anche per l’ipotesi di reato di violazione della privacy e a fine 2015 i quattro querelati da Tiziana erano stati iscritti nel registro degli indagati. Gli stessi – ai quali si è aggiunto il padre di uno di loro cui era intestata l’utenza telefonica alla quale erano arrivate le immagini – che oggi sono stati archiviati. La Procura partenopea non ha però trovato elementi che dimostrassero la responsabilità degli indagati per la diffusione dei video sul web e nel frattempo ha aperto un altro fascicolo per calunnia a carico dell’ex fidanzato di Tiziana, Sergio Di Palo, ipotizzando che fosse stato lui a convincere la ragazza a querelare i cinque e a indicarli come i responsabili della diffusione on-line dei video incriminati.

Il coinvolgimento di Facebook – “Non cerchiamo un capro espiatorio – dice Giuseppe Marazzita, legale di Giglio – ma di certo la diffamazione ai danni di Tiziana c’è stata, ed è una delle cause del suo gesto”. Nel novembre scorso era stata la Procura di Napoli a presentare istanza di archiviazione al gip per i cinque ragazzi cui Tiziana aveva inviato i suoi video hot. Il giudice però decise di non pronunciarsi e di fissare un’udienza, celebratasi il 7 aprile scorso, in cui sentire tutte le parti in causa; la Procura, rappresentata dal sostituto Valeria Fico, ha depositato atti di indagine provenienti dalla Procura di Napoli Nord, dove è aperto sulla vicenda di Tiziana un altro fascicolo, senza indagati, per istigazione al suicidio, mentre Marazzita, che solo qualche mese fa ha preso il posto dell’avvocato Andrea Imperato come legale della madre di Tiziana, ha sollecitato il gip perché respingesse l’archiviazione e ordinasse alla Procura di proseguire le indagini.

“Davanti al giudice – spiega Marazzita – ho sostenuto la necessità di accertare eventuali responsabilità di Facebook, anche perché il calvario di Tiziana è iniziato proprio quando ha visto il suo nome sul social associato ai suoi video pubblicati su siti porno soprattutto americani. Se quei video fossero stati immessi solo su questi siti, senza alcun collegamento con una piattaforma così diffusa come Facebook, probabilmente lei non ne avrebbe saputo nulla. E in ogni caso Facebook fu diffidato ma non fece nulla”. La vicenda della Cantone ha già coinvolto direttamente Facebook; nel novembre scorso una sentenza del Tribunale Civile di Aversa aveva stabilito che la multinazionale americana avrebbe dovuto rimuovere le pagine che rinviavano ai video della Cantone dopo la diffida presentata da quest’ultima; per i giudici la diffida era vincolante, mentre la società si era difesa spiegando di non aver rimosso le pagine perché non aveva ricevuto alcun ordine del giudice o del Garante per la privacy, ritenendo dunque che la diffida di Tiziana non avesse alcun valore giuridico.