Abuso di posizione dominante, canoni troppo alti ai franchising costretti ad affittare i locali di proprietà del gruppo e una illegittima politica di fissazione dei prezzi. Tre associazioni dei consumatori denunciano il gruppo McDonald’s Italia per pratiche anticoncorrenziali. Dopo un esposto presentato a settembre scorso alla magistratura per chiedere verifiche sulla politica fiscale del gigante dei fast-food e un altro inoltrato a gennaio alla Commissione Europea (che a dicembre aveva annunciato l’apertura di un’indagine sul trattamento fiscale di McDonald’s in Lussemburgo), Codacons, Movimento Difesa del Cittadino e Cittadinanzattiva tornano all’attacco e si rivolgono all’Autorità garante della concorrenza e del mercato con una nuova segnalazione nei confronti di McDonald’s, accusando il colosso “di abusare della sua posizione di dominante sul mercato in violazione di diverse disposizioni di legge”. Tra queste gli articoli 2 e 3 della legge 287/1990 e gli articoli 101 e 102 Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Al centro del documento inviato all’Autorità Garante le condizioni dei contratti che regolano i rapporti tra McDonald’s e gli imprenditori affiliati al network. “McDonald – scrivono le associazioni – limita indebitamente la loro libertà commerciale imponendo termini commerciali sleali in cui i contratti di franchising sono legati a contratti di locazione esorbitanti per l’utilizzo di immobili del gruppo”. Non solo. Secondo Gianluca di Ascenzo, presidente del Codacons “mentre le pratiche di elusione fiscale McDonald sono ben note, ora è diventato chiaro che il gigante del fast food corregge anche i prezzi di rivendita degli affiliati e abusa della sua posizione di supremazia italiana sul mercato per spremere il massimo profitto possibile dai suoi affiliati italiani e strappare i propri consumatori”. Contattata da ilfattoquotidiano.it McDonald’s Italia preferisce non rilasciare dichiarazioni.

I NUMERI DI MCDONALD’S  – Secondo quanto indicato nel bilancio e nella relazione annuale al 31 dicembre 2016 della società capogruppo statunitense McDonald’s Corporation, il gruppo è presente in più di 120 Paesi del mondo, con 36.899 ristoranti che servono più di 70 milioni di clienti. Di questi locali, però, soltanto 5.669 sono gestiti direttamente da MCD Corp o tramite società controllate, collegate o affiliate al gruppo McDonald’s, mentre circa l’85% (31.230 esercizi), sono invece gestiti da imprenditori indipendenti, i ‘franchisee’ attraverso contratti di locazione (il gruppo è anche il più grande proprietario immobiliare al mondo) e affiliazione commerciale o franchising, conclusi da questi imprenditori con le società operative del gruppo.

I CONTRATTI DI LOCAZIONE – Ed è proprio quello dei contratti di locazione uno dei punti principali su cui si focalizza l’esposto delle associazioni italiane. Intanto perché il colosso dei fast-food è l’unico operatore del settore a imporre ai propri franchising di affittare locali di sua proprietà, costringendoli a pagare affitti troppo alti. “La sottoscrizione di un contratto di locazione per gli immobili di McDonald’s – scrivono le associazioni nella denuncia – a canoni unilateralmente imposti dal gruppo, costituisce una condizione preliminare, non negoziabile e sine qua non per accedere alla stipula del contratto di franchising”. Secondo Codacons, Movimento Difesa del Cittadino e Cittadinanzattiva “questo collegamento è illegittimo sotto il profilo del diritto della concorrenza, perché ostacola il possibile passaggio dei franchisee verso catene concorrenti e rafforza la posizione di McDonald’s sul mercato mediante l’imposizione di canoni eccessivi, che hanno l’effetto di fidelizzare coattivamente gli imprenditori”. Con questo ‘plusvalore’, McDonald’s è in grado di finanziare l’acquisizione di nuovi ristoranti, in posizioni strategiche e a prezzi spesso elevati. “In tal modo – scrivono le associazioni – riesce a stabilirsi nelle zone in cui i concorrenti non sempre hanno le risorse economiche per aprire punti vendita”. Di fatto i canoni di affitto rappresentano una parte largamente preponderante del totale dei ricavi ottenuti dalla rete di franchising del gruppo. Secondo un rapporto Oxera allegato alla denuncia “i margini di McDonald’s sugli immobili in Italia sono compresi tra il 61% e il 77%”.

LA POSIZIONE DOMINANTE – I dati aggiornati a dicembre 2016, dicono che in Italia McDonald’s conta più di 550 ristoranti, gestiti per l’84% da franchisee. “Nel 2013 e nel 2014 – ricorda l’esposto – la società operativa McDonald’s in Italia ha realizzato un fatturato di più di un miliardo di euro. Ed è per questo che, secondo le associazioni, si può parlare senza dubbio di “posizione dominante sul mercato della ristorazione fast-food americana in franchising”. Una posizione che investe il gruppo di una ‘speciale responsabilità’, quella di non ostacolare la concorrenza. “McDonald’s – si legge nella denuncia – è invece del tutto incurante di tale obbligo”. Secondo Francesco Luongo, presidente di Movimento Difesa del Cittadino, nonostante la responsabilità in carico al gruppo, “viene messo in atto un sistema che si propone di fare esattamente l’opposto. Per questo chiediamo alla Autorità Garante di intervenire e fare ciò che è necessario per proteggere gli affiliati e i consumatori”.

I VINCOLI CONTRATTUALI E LA FISSAZIONE DEI PREZZI – Non si tratterebbe solo dei canoni di locazione, ma anche di vincoli contrattuali con i quali “McDonald’s ha attuato una strategia di preclusione deliberata e sistematica” che ha come obiettivo “l’indebolimento e l’esclusione degli avversari al fine di sfruttare il potere di mercato di cui gode, con pregiudizio di concorrenti e consumatori, nonché degli stessi franchisee”. I limiti imposti agli imprenditori limiterebbero la competizione. Si va dai contratti che arrivano anche a 20 anni, circa il doppio degli altri contratti del settore, all’impossibilità per questi imprenditori “di cambiare l’insegna del loro ristorante per passare a una rete concorrente, posto che non hanno nessun diritto né sui locali né sull’avviamento”. Non solo i costi affrontati dai gestori dei franchising sono più alti rispetto a quelli dei ristoranti gestiti direttamente dalla compagnia, ma si denuncia anche “una illegittima politica di fissazione dei prezzi a scapito dei consumatori italiani” con un rialzo (nei punti vendita in franchising) dell’8% rispetto a quello dei depositi aziendali. Basti pensare che a Bologna, per esempio, nel 98% dei prodotti dei menu analizzati (cioè 85 su 88) i prezzi medi nei ristoranti in franchising sono più elevati rispetto a quelli dei Ristoranti Corporate. “A pagare il conto di questa politica di business – spiega Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva – sono consumatori, contribuenti e lavoratori”.